I TASSI NON CRESCONO PIÙ ?

L’economia occidentale è è probabilmente più debole di quanto leggiamo dai dati ufficiali ma questo fatto, lungi dallo spaventare gli investitori, sembra un’ottima notizia per i mercati finanziari! La pace “forzosa” medio-orientale ha prodotto un calo clamoroso del prezzo del petrolio, tornato praticamente ai livelli precedenti la guerra (come si può vedere nel grafico qui sotto riportato) e questo aiuta parecchio l’ottimismo dei mercati finanziari, che si estende all’inflazione dei prezzi e, di conseguenza, alle aspettative relative ai tassi d’interesse, che fino a ieri erano invece oggetto di (motivato) allarme generale. Tutto bene dunque? Forse sì, se la geopolitica però non guasterà la festa…


Oggi i rendimenti a medio e lungo termine sul mercato dei titoli a reddito fisso hanno registrato un’inversione e si inizia a sperare che, accanto alla riduzione della crescita economica e dell’inflazione dei prezzi, anche i tassi d’interesse a breve possano sperare di virare verso il basso (si veda il grafico relativo ai titoli di stato americani più diffusi: i T-Bond a 10 anni:


Che il ciclo economico globale stia esaurendosi è tesi che circola da anni, soprattutto in America, che non ha sofferto dei problemi di approvvigionamento energetico dell’Europa e ha beneficiato più di tutti della nuova locomotiva della crescita: l’iperdigitalizzazione legata all’adozione dell’intelligenza artificiale. Ora però il tasso di occupazione americana accenna a diminuire e storicamente questo è successo prima di alcune recessioni. L’economia americana tuttavia non è trainata soltanto dall’AI, bensì anche dalle esportazioni di gas e petrolio, dalla massiccia fornitura al resto del mondo di armamenti e tecnologie per la difesa e anche dalla spesa pubblica fuori controllo che ha indubbiamente favorito sviluppo e occupazione. È sostenibile tutto ciò nel prossimo futuro? Probabilmente si, ma non nella misura attuale.


A quanto sembra poi la misura dell’inflazione probabilmente verrà “ridefinita” al ribasso sotto l’impulso di Kevin Warsh, il nuovo governatore della banca centrale americana: la Federal Reserve Bank of America. Lo scopo di quest’ultimo sarebbe senza dubbio quello di giustificare un taglio dei tassi d’interesse. Se ciò accadrà, i titoli a reddito fisso potrebbero rivelarsi una buona allocazione del risparmio per i prossimi mesi, dal momento che le quotazioni dei listini azionari sono spesso alle stelle e le aspettative sui profitti aziendali potrebbero anche venire riviste verso la fine dell’anno.


Nessuno inoltre crede che potrà durare in eterno l’attuale forza valutaria del Dollaro americano, che sta aiutando gli USA a contenere i danni derivanti dal rincaro di commodities, energia e materie prime in generale, ma per il momento la tendenza è nettissima: il Dollaro resta l’unica riserva di valore alternativa all’oro.


È sì probabile che da qui a fine 2026 il biglietto verde possa ridimensionarsi, magari in concomitanza di una riduzione conclamata dell’inflazione, ma soltanto qualora le tensioni geopolitiche si attenuino e il prezzo del petrolio resti stabilmente a livelli accettabili. Cosa al momento tutta da verificare (di qui il punto interrogativo accanto al titolo di questo articolo).


Tutto questo tuttavia potrebbe essere una buona notizia per i mercati finanziari, dal momento che un rallentamento dello sviluppo aiuterebbe sensibilmente la lotta all’inflazione e potrebbe permettere il ribasso dei tassi d’interesse. Nel migliore dei casi potrebbe addirittura stimolare le banche centrali occidentali ad immettere nuova liquidità sui mercati, corroborando ulteriormente i mercati finanziari.


Insomma la contrapposizione tra l’economia reale e quella di carte (borsa e finanza) non potrebbe essere più netta! Ovviamente ciò potrebbe accadere solo qualora non scenda soltanto l’inflazione “ricalcolata” secondo i nuovi parametri, ma anche quella percepita dalle aspettative degli operatori economici, aiutando in tal modo a far scendere i rendimenti dei titoli a reddito fisso di lungo termine e a far risalire la fiducia degli investitori. Le nuove tecnologie infatti richiedono ingenti investimenti con ritorni lunghi nel tempo e tanta energia per alimentare sistemi di calcolo sempre più complessi. Un minor costo del denaro e, magari, del petrolio, spingerebbe al ribasso questi costi e permetterebbe a molti più operatori di abbracciare le nuove sfide, cosa che a sua volta aiuterebbe a proiettare buoni profitti anche nel futuro.

CRESCITA ANNUA DEI PAESI OCSE (IN NERO) E EMERGENTI (IN AZZURRO)

Si torna perciò a parlare di “soft landing” (atterraggio morbido) e, se anche il prezzo dell’energia dovesse ridursi, alloranbsp; potrebbe giovarne particolarmente il vecchio continente, che è costretto ad importare grandi quantità di petrolio e gas. Ma la vera sfida è riuscire a migliorare la percezione degli investitori circa le prospettive di medio termine, dopo le cospicue tensioni della prima metà dell’anno. Le aspettative di mercato (il cosiddetto “sentiment”) potrebbero tendere ad autorealizzarsi, migliorando le prospettive per le quotazioni dei metalli preziosi e dell’oro che, come si può leggere dal grafico qui sotto, accenna timidamente a rialzare la testa:


Migliorano di riflesso, anche le valutazioni immobiliari, le criptovalute (si veda il grafico relativo al Bitcoin, in rialzo negli ultimi giorni), i consumi cospicui e la liquidità che i risparmiatori potrebbero rivolgere alle start-up innovative e alle matricole di borsa. Viceversa, qualora la partita geopolitica medio-orientale dovesse riaprirsi (e purtroppo il rischio resta elevato) un eventuale rialzo del petrolio potrebbe riaprire rapidamente il dibattito sull’inflazione e su nuovi rialzi dei tassi, invertendo il sentiment.


Oltre oceano c’è tuttavia un qual certo ottimismo e, per taluni versi, l’indebolimento della crescita economica si sta già verificando mentre la liquidità sui mercati non manca di certo. Stiamo perciò assistendo ad un ritorno delle matricole in Borsa e in particolare al grande successo delle prime nuove grandissime “Offerte Pubbliche Iniziali” (IPO) come quella di SpaceX e quella di Bending Spoons, con il debutto imminente anche di OpenAI e Anthropic. IPO che, con le loro colossali dimensioni, stanno letteralmente cambiando i connotati del panorama complessivo di Wall Street (dove ogni cosa accade prima che nel resto del mondo). Ecco il grafico relativo all’indice principale di Wall Street, che ancora una volta si mostra orientato al rialzo:


Ragione di ottimismo dunque sembrano essercene e anche in Europa, dove al posto delle multinazionali tecnologiche abbiamo dei piccoli campioni delle banche, della finanza e delle assicurazioni.


Nonostante quel piccolo rialzo dei tassi della Banca Centrale Europea (BCE) la sensazione è che i mercati rimangano piuttosto compiacenti (si veda qui sopra l’indice delle principali 50 imprese quotate europee, giunte a nuovi record) e che i rendimenti obbligazionari possano addirittura tornare a scendere. La ridottissima volatilità di Wall Street negli ultimi mesi d’altronde conferma questo ottimismo generalizzato.

Stefano di Tommaso




LE BORSE RESTANO OTTIMISTE…

I mercati borsistici, dopo l’esultanza per la (teorica) fine della Guerra contro l’Iran, dalla settimana scorsa sembrano essere entrati in una fase di “rotazione selettiva”: le grandi multinazionali la cui fortuna è legata all’intelligenza artificiale (Apple, Nvidia, Google, Amazon, Meta, Tesla) hanno ceduto un po’ di terreno (i sette titoli tech dominanti hanno perso il 12,9% dal picco del 26 maggio e sono in calo del 6,6% da inizio anno) :


Ma altri comparti delle borse invece reggono o addirittura salgono. In particolare il settore dei trasporti mostra segnali di miglioramento, confermando solidità nell’economia reale dell’intero Occidente e della sua locomotiva naturale: l’America. Il suo predominio economico e finanziario ha peraltro basi solide e gli USA restano al centro della scena finanziaria globale. Sì veda ad esempio il recente record USA di transazioni nelle fusioni e acquisizioni:


Nonostante cioè i timori legati ai dazi commerciali dell’amministrazione Trump, al debito pubblico fuori controllo e alle diffuse tensioni geopolitiche da essi stessi generate, gli Stati Uniti continuano ad attrarre capitali esteri e il dollaro mantiene saldamente il proprio ruolo di principale valuta di riserva mondiale, come mostrato dal Dollar Index, tornato a livelli che non si vedevano dal Maggio 2025:


L’unico segnale contrastante riguarda un leggero calo della quota del dollaro nelle riserve ufficiali delle banche centrali (dal 60% al 57%), ma occorre precisare che tale riduzione non ha favorito l’euro o lo yuan cinese, cioè delle valute potenzialmente alternative. Quel 3% è stato assorbito da un insieme di valute minori. Dunque ancora una volta non esiste oggi un vero sostituto del dollaro per la finanza internazionale.

Prova ne è che nei dodici mesi fino ad aprile 2026 gli investitori stranieri hanno acquistato oltre 1.400 miliardi di dollari di attività finanziarie statunitensi, che il mercato azionario americano rappresenta ancora circa la metà della capitalizzazione azionaria mondiale e che gli utili delle società quotate a Wall Street restano particolarmente solidi: l’88% delle stesse esprime fiducia sulla crescita dei loro profitti futuri.


Dunque, sebbene le valutazioni del settore tecnologico appaiano ancora troppo generose, il quadro complessivo dei mercati finanziari resta ancora una volta costruttivo. La tecnologia tuttavia pesa moltissimo sull’indice principale di Wall Street, lo Standard & Poor 500, che ha subìto un calo nel mese di Giugno.


La sensazione di conseguenza è che si tratti di una rotazione settoriale più che di una correzione generale delle borse perché gli investitori mostrano segnali di stanchezza verso il tema dell’intelligenza artificiale e mostrano più interesse nei confronti delle società più piccole, come quelle ricomprese nell’indice Russell 2000 di Wall Street:


E le ragioni per tale stanchezza non mancano: i massicci investimenti necessari alle infrastrutture programmate generano dubbi sulla possibilità che vengano recuperati, sorgono inoltre timori sulla possibilità che alcune forniture cinesi possano offrire alternative più economiche ai sistemi computazionali americani anche se il settore dei semiconduttori continua a salire, alimentando incertezze sull’esuberanza degli investitori, mossa principalmente dalla grande liquidità in circolazione.

composite measure of worldwide central-bank liquidity and money supply, aggregated into a single line and denominated in US dollars trillions

I ripensamenti degli investitori sulla tecnologia sembrano perciò più una pausa di riflessione che non un vero e proprio giro di boa: l’AI come tutti i cicli prima o poi si esaurirà ma non sembra aver esaurito la sua dinamica ascendente. Piuttosto sarà possibile che inizi adesso una fase selettiva, dove alcuni operatori saranno premiati per le innovazioni, l’efficienza energetica e le applicazioni pratiche, mentre altri potrebbero passare un po’ di moda.

La liquidità in eccesso tuttavia alimenta un’inflazione dei prezzi che oramai non è più chiaramente soltanto un fenomeno temporaneo conseguente all’ennesima guerra del Golfo, bensì assomiglia sempre più a un’erosione permanente e progressiva del valore delle principali divise di conto valutario. Al di là delle statistiche ufficiali il fatto è che negli USA (dove i calcoli al riguardo sono più accurati e più diffusi) i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di circa 38% tra il 2020 e il 2026, il che significa in media quasi il 6% all’anno per 6 anni e secondo un’altra fonte tra il 2019 e il 2025 (sempre in 6 anni cioè) il costo complessivo della proprietà immobiliare è aumentato di quasi 40% (quasi il 7% annuo).


Il rischio dunque è che la spirale dei prezzi alimentari e dell’energia possa determinare una forte dinamica dei salari reali, a sua volta capace di innalzare il rischio di nuove impennate dell’indice inflazionistico. Mercoledì prossimo arriverà la stima preliminare dell’inflazione dell’Eurozona, importante comprendere se il recente rallentamento dei prezzi stia proseguendo, con evidenti implicazioni per la politica monetaria della Banca Centrale Europea. Durante la settimana poi si svolgerà il forum annuale della BCE a Sintra, dove interverranno numerosi governatori di banche centrali e da cui potrebbero emergere indicazioni più precise.


Anche per questo motivo, nonostante il prezzo del petrolio sia quasi tornato ai livelli precedenti, l’inflazione relativa ai prezzi energetici invece non accenna ancora a calare e i tassi d’interesse a lungo termine non registrano grandi discese:


e le criptovalute continuano corrispondentemente a perdere terreno:


Morale: un raffreddamento della crescita economica che potrebbe riportare al ribasso le aspettative di inflazione e i tassi d’interesse ancora non si vede all’orizzonte. Nei prossimi giorni una schiarita potrebbe arrivare dalle statistiche relative al mercato del lavoro, apparentemente ancora in crescita. Se invece mostrerà segni di cedimento allora potremo assistere a nuova euforia, tanto in borsa quanto relativamente a oro e criptovalute. Nel frattempo si naviga a vista: potremmo osservare ancora molta volatilità così come si è vista in tutto il mese di Giugno:


Il tutto però in un contesto costruttivo, di crescita economica, di abbondante liquidità e di inflazione dei prezzi elevata rispetto agli obiettivi delle banche centrali ma non fuori controllo. Se queste ultime perciò non si metteranno a guastare la festa, le borse potrebbero restare toniche anche perché i profitti aziendali potrebbero continuare a correre. Se invece arriverà una doccia fredda dalle autorità monetarie allora la crescita economica potrebbe interrompersi ma lo scenario che ne conseguirebbe non sarebbe migliore di quello attuale. Staremo a vedere.

Stefano di Tommaso




I TASSI NON CALANO: HA RAGIONE WARSH?

Il “dividendo politico” degli accordi di pace in Medio Oriente sembra sfuggire di mano a Donald Trump anche perché più che una pace fatta sembra per il momento una pia speranza a fronte di un deciso dietrofront americano. Eppure le borse hanno avuto momenti di grande entusiasmo, mentre i tassi d’interesse non accennano a flettere dopo le impennate degli ultimi tempi. La ragione potrebbe risiedere nella scarsa fiducia degli investitori in titoli a reddito fisso ma anche la necessità di una Federal Reserve Bank of America (la banca centrale USA, detta FED) di far recuperare terreno al Dollaro e alla fiducia degli investitori stranieri, vitali per assicurarsi di poter continuare collocare in grande quantità i “Treasuries” a stelle e strisce.

LA PREOCCUPAZIONE PER LA DISPONIBILITÀ DI PETROLIO NON È SVANITA

Il recente accordo con l’Iran ha invertito il legame quasi automatico tra tensioni geopolitiche, prezzi del petrolio, aspettative d’inflazione e mercati obbligazionari. Solo le borse hanno reagito con entusiasmo alla sottoscrizione degli accordi USA-Iran, che in realtà sembrano più una resa incondizionata da parte di Washington. In precedenza ogni dichiarazione di Trump riguardo a una tregua con l’Iran generava effetti positivi sui mercati finanziari. Ora che lo Stretto di Hormuz è stato riaperto e il rischio di carenza di petrolio si è dissolto, il mercato del reddito fisso è passato dalla paura di prezzi elevati del petrolio alla preoccupazione di un possibile surplus di offerta (che invece probabilmente non ci sarà perché occorre ricostituire le riserve strategiche prosciugate con la chiusura di Ormuz).


La cosa positiva è che con il calo del petrolio a 70-80 dollari al barile le aspettative di inflazione espresse dal mercato dei derivati finanziari sono subito diminuite, lasciando sperare che ciò possa spingere le banche centrali a lasciare aperti i rubinetti della liquidità.


LE ASPETTATIVE DI MINOR INFLAZIONE NON FANNO SCENDERE I TASSI

Il rovescio della medaglia è che il mercato dei titoli a reddito fisso non ha allentato la sua tensione e i rendimenti non sono scesi altrettanto. Una possibile ragione è che il mercato ha smesso di concentrarsi principalmente sull’inflazione e ha iniziato a concentrarsi sulla politica monetaria della Federal Reserve. L’altra però risiede sicuramente nella straordinaria offerta di titoli da parte di quasi tutte le nazioni occidentali, che spinge al ribasso i prezzi dei titoli esistenti e crea una corrispondente pressione al rialzo dei rendimenti.


LE BANCHE CENTRALI NON ALLARGANO I CORDONI

La banca centrale delle banche centrali (la Federal Reserve Bank of America detta FED) però non cambierà presto atteggiamento, dal momento che l’economia americana resta in crescita e l’inflazione potrebbe essere ancora persistente. La cosa si spiega con la necessità di evitare: nbsp; un surriscaldamento delle borse e dei mercati finanziari, il ribasso del dollaro americano il rialzo del prezzo dei beni rifugio (come l’oro e le criptovalute).

Per questi motivi la FED resta cauta e non vuole far scoprire troppo presto le proprie intenzioni.


Dunque il calo del petrolio e delle aspettative di inflazione avrebbe potuto favorire i titoli di stato americani e invece non lo ha quasi fatto. Ciò penalizza le fortune politiche del presidente Trump nonché i conti del Tesoro di tutti i paesi occidentali e mostra i due volti della comunità finanziaria:

  1. gli investitori in titoli azionari vedono il presidente americano come un leader che tende a fare marcia indietro tutte l volte che le conseguenze delle sue decisioni diventano troppo costose (e quindi festeggiano gli accordi di pace),
  2. gli investitori in titoli obbligazionari invece non si fidano delle istituzioni americane, dell’indipendenza della Federal Reserve, della sostenibilità del debito pubblico e, ovviamente, della politica di Israele che può far riaccendere il conflitto da un momento all’altro.

IL “BUY THE DIP” FUNZIONA SEMPRE

Dopo mesi di incertezza dovuta alla nuova guerra in Medio Oriente le borse valori hanno perciò individuato uno schema: quando Trump inizia a ritirarsi da una politica aggressiva che crea problemi ai mercati, allora è il momento di acquistare azioni . Lo stesso era successo quando aveva ridotto i dazi alle importazioni. La strategia “buy the dip” funziona: fino ad oggi chi ha acquistato durante i momenti di panico è sempre stato premiato.

I tassi d’interesse conseguenti allo scontro con l’Iran nel Golfo invece non sono tornati a ridursi significativamente con gli accordi di pace. Grandi investitori come fondi pensione, compagnie assicurative, banche centrali e fondi sovrani stanno ancora riducendo l’esposizione al rischio politico associato agli Stati Uniti, in passato considerato pari a zero.


IL DOLLARO DEVE FAR RITROVARE FIDUCIA AGLI INVESTITORI

Un altro tema importante riguarda il debito pubblico del resto del mondo: gli investitori del Medio Oriente e dell’Asia che tradizionalmente compravano titoli di stato americani oggi acquistano più debito europeo e canadese, oro e riserve di materie prime perché temono di vedere “congelati” quei fondi a seguito di potenziali future scaramucce.

Anche per questo motivo la FED non è diventata subito “colomba”: le occorre prima rafforzare il cambio del dollaro americano e ristabilire aspettative positive sul sistema finanziario USA, soprattutto circa la sostenibilità dei debiti pubblici. Al tempo stesso però le fa gioco tenere elevata la liquidità in circolazione: una borsa tonica e liquida attira gli investitori internazionali.

MA LE BORSE POTREBBERO PROSEGUIRE LA CORSA, SOPRATTUTTO MILANO

Quel che ne discende è tutto sommato un quadro di traslazione laterale in cui le borse potranno subìre delle correzioni ma restano in un trend rialzista e i tassi d’interesse non scendono ma, auspicabilmente, potrebbero aver finito di salire. Speculazioni di breve periodo a parte, gli auspici restano mediamente positivi. Anche per la nostra Borsa!


Stefano di Tommaso




IL PARADOSSO DEI MERCATI FINANZIARI

Nonostante il rincaro del petrolio, il rialzo dei tassi d’interesse e la corsa agli armamenti, nonostante dazi, sanzioni e instabilità geopolitica, le borse corrono, e non accennano a fermarsi. Anzi: le grandi “matricole” che stanno sbarcando in borsa (soprattutto in America) tonificano i mercati finanziari e il possibile accordo di pace in Medio Oriente potrebbe gettare altra benzina sul fuoco che tiene alte le borse! Sembra assurdo ma evidentemente ha delle spiegazioni razionali, anche perché la tendenza non accenna a invertirsi…

L’INFLAZIONE SALE ? NON IMPORTA

Negli ultimi mesi le borse hanno sostanzialmente ignorato il conflitto in Medio Oriente con il conseguente rincaro del petrolio, lo scontro dell’intero Occidente con la Russia e quello indiretto con Cina e India, la guerre commerciali americane, l’inflazione pericolosamente al rialzo (vedi qui sotto il grafico relativo all’inflazione in USA dei prezzi alla produzione, con un picco dell’ultimo dato mensile annualizzato giunto al 13,4%):


gli indicatori economici contrastanti e i tassi d’interesse in rialzo. I mercati finanziari hanno cioè continuano a godere di buona salute e sinanco l’economia ha mostrato grande resilienza. Anzi: gli investimenti proseguono in tutto il mondo e il prodotto lordo globale continua a crescere, e le borse valori crescono ancora di più, soprattutto in America (vedi qui sotto il grafico dell’indice SP500 della borsa americana), dove sono in corso operazioni miliardarie di raccolta di nuovi capitali.

L’ANDAMENTO RECENTE DEL PRINCIPALE INDICE DELLA BORSA AMERICANA: LO S.P.500

Gli osservatori spiegano l’euforia delle borse e il buon andamento dell’economia globale soprattutto con l’incremento costante della liquidità in circolazione nel mondo (si veda il grafico qui riportato):

IL CONFRONTO TRA LA LIQUIDITÀ IN CIRCOLAZIONE NEL MONDO E L’INDICE GLOBALE DELLE BORSE

Ma per spiegare questo paradosso sono anche state addotte tre ulteriori teorie:

  1. LA RICCHEZZA FINANZIARIA ACCUMULATA CHE VIENE SPESA E INVESTITA: un’intera copiosa generazione, quella dei “baby boomers” degli anni ‘50 e ‘60, sta oggi andando in pensione e spende la molta ricchezza accumulata in precedenza, nonostante con il pensionamento tenda a ridurre o azzerare il proprio reddito personale. La ricchezza finanziaria accumulata tuttavia non soltanto fa affluire nuova liquidità alle borse ma si sta anche traducendo in consumi e investimenti, anche a favore delle generazioni successive, ma non viene rilevata dal Prodotto Interno Lordo;
  2. GLI INVESTIMENTI TECNOLOGICI TRAINANO ANCHE I PROFITTI: dal momento che buona parte della creazione di valore nelle borse proviene dai settori industriali impegnati nelle tecnologie più avanzate, i copiosi investimenti aziendali impiegati nella transizione tecnologica, nella generazione di maggior energia sostenibile e in nuovi e più efficienti impianti produttivi e distributivi, stanno aiutando le imprese a creare valore, generare profitti e alimentare i progressi dei mercati finanziari, anche in un ambiente inflazionistico e caratterizzato da una crescita del costo del denaro;
  3. LO STIMOLO FISCALE TONIFICA LE BORSE: la crescita della spesa pubblica globale, trainata dalla transizione “green” e dall’ammodernamento / ampliamento di: infrastrutture, macchina militare e sistemi di intelligence. L’impennata della spesa pubblica in tutto l’Occidente sta generando stimoli positivi per la crescita economica, grandi profitti per le imprese coinvolte e un riflesso positivo sui mercati finanziari derivante dalla generazione di nuovo valore per gli azionisti.

L’ONDATA DI NUOVI I.P.O.

È probabile che le spiegazioni sopra riportate siano tutte corrette al tempo stesso, visto che borse stazionano intorno a quotazioni record e che negli ultimi giorni stiano venendo ul tonificate da una nuova ondata di grandi operazioni di I.P.O. (“Initial Public Offerings” cioè collocamenti di titoli emessi da nuove imprese che si affacciano al listino), attraverso le quali altre grandi imprese tecnologiche: al momento SpaceX, l’altra grande azienda fondata da Elon Musk, ha realizzato la più grande IPO di sempre con una valutazione record di 2 trilioni di dollari.


Ma stanno arrivando al listino MetaOptics, First Carolina Financial Services e Kardigan. Si parla poi molto anche di altre due maxi IPO (che dovrebbero superare insieme i 2 trilioni di dollari di ulteriore capitalizzazione di borsa: per OpenAI e di Anthropic, sebbene non ci siano ancora date precise al riguardo.


Queste grandi multinazionali super-tecnologiche stanno rastrellano dai mercati finanziari molto denaro (si parla di quasi un trilione -mille miliardi- di dollari in tutto) con i quali potranno proseguire gli investimenti industriali e infrastrutturali che a loro volta stanno alimentando nuovo sviluppo dell’economia, ovviamente soprattutto in America, dove si concentrano all’incirca i 3/4 della ricchezza globale (gli Stati Uniti d’America).

LE BORSE CORRONO ANCHE IN EUROPA

Ma, in quota minore il meccanismo di creazione di nuovo valore attraverso investimenti e stimoli pubblici sta funzionando anche per i mercati asiatici e per l’Europa, dove buona parte dell’avanzamento dei mercati finanziari proviene dalla razionalizzazione dei sistemi bancari e assicurativi e dalla ripresa della spesa infrastrutturale (nel grafico qui sotto riportato, l’indice MIB della borsa italiana, che lo scorso venerdì ha toccato il suo record storico):


Non a caso buona parte delle imprese quotate in tutto il mondo sta registrando una straordinaria crescita dei profitti realizzati e un incremento della produttività, nonostante il caro-energia, gli aumenti delle buste-paga e l’innalzamento dei tassi d’interesse.

QUANTO PUÒ DURARE IL RALLY DELLE BORSE?

Tutto bene dunque? L’attuale tendenza al rialzo è destinata a proseguire indefinitamente? Le risposte in proposito non sono altrettanto concordi. Molti osservatori-come il sottoscritto- temono che l’eccesso di ottimismo che ha nutrito fino ad oggi il mercato e il rialzo dei tassi d’interesse (si veda qui sotto il grafico del rendimento del bond federale americano trentennale) renda relativamente probabile uno scrollone delle quotazioni entro l’estate.

I TASSI D’INTERESSE A LUNGO TERMINE STANNO CRESCENDO STABILMENTE

Ciò tanto a causa di fattori stagionali quanto come naturale pausa di assestamento dopo una serie infinita di incrementi nei moltiplicatori di valore espressi delle quotazioni azionarie.

Ma non soltanto un’eventuale correzione temporanea potrebbe non invertire affatto una tendenza al rialzo che oramai si configura da lunghissimo tempo: il medesimo ragionamento che porta a pensare ad una salutare correzione delle borse può portare alla conclusione opposta: se le prospettive per i titoli di stato sono quelle dí progressive difficoltà nel collocare un loro sempre maggior volume e dunque se le prospettive sono quelle di rendimenti in salita e prezzi dei bond in discesa, ecco che l’investimento azionario resterà privilegiato anche in futuro nelle aspettative dei gestori di patrimoni, oltre che rappresentare uno strumento di difesa del risparmiatore nei confronti dell’inflazione.


INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NON SOLO

E non c’è perciò soltanto l’Intelligenza Artificiale a lasciare ben sperare per la profittabilità delle imprese di ogni comparto, ma esiste anche uno sviluppo straordinario della scienza medica e farmacologica che potrebbe consentire a buona parte dell’umanità di allungare le aspettative di durata della vita lavorativa, il che potrebbe contribuire non poco allo sviluppo economico e sociale, a compensare il calo delle nascite e a una maggior diffusione delle competenze scientifiche.


Sull’altro piatto della bilancia occorre tenere conto del fatto che molte zone del mondo (in particolare Medio Oriente ed Est Europa, ma non soltanto), nonostante i periodici accordi di pace, restano interessate a conflitti armati di intensità crescente e a ulteriori guerre striscianti, spesso alimentate proprio da quegli Stati Uniti d’America che dovrebbero avere il maggior interesse ad una pace duratura e ad una prospettiva di forte interscambio internazionale.

CHI GUADAGNA CON LE GUERRE

Ma fino ad oggi questo elemento di instabilità geopolitica non ha mai davvero nuociuto ai mercati finanziari, anzi! Con il rialzo del prezzo del petrolio chi ci ha davvero guadagnato è stata proprio la “Corporate America” (le imprese americane).


E se le tensioni e le contrapposizioni continueranno a prevalere allora anche i prezzi di energia, materie prime, derrate alimentari e terre rare resteranno sotto pressione, contribuendo a costruire uno scenario di lungo periodo che potrebbe restare caratterizzato da inflazione e svalutazione, e soprattutto da una crescente polarizzazione della ricchezza che viene in tal modo sistematicamente attratta verso le nazioni più forti, a scapito di quelle più deboli e con il rischio di accendere nuovi scontri sociali e confronti tra popoli rivali.

NEL FRATTEMPO LE BORSE SALGONO ANCORA

Nel frattempo però il mondo celebra gli accordi preliminari di pace con l’IRAN, le quotazioni del petrolio tornano a scendere e, conseguentemente, le borse non potranno non prenderne atto, brindando all’ennesima occasione di rialzo delle quotazioni !

Stefano di Tommaso