IL DE-BASEMENT TRADE

È piuttosto probabile che a nessuno dei miei lettori sia sfuggito ciò che sta accadendo in questo momento sui mercati finanziari: l’esplosione delle quotazioni dei metalli preziosi (e della loro volatilità dei loro corsi) non sembra affatto legata ad una una semplice bolla speculativa, bensì l’espressione di un fenomeno macroeconomico forse di portata storica che -secondo molti epigoni- potrebbe preludere a molta confusione, a rialzi indiscriminati dei costi industriali, al rischio di ripresa dell’inflazione dei prezzi, e alla ben più devastante risalita dei tassi d’interesse a lungo termine che non potrebbe non materializzarsi qualora l’inflazione rialzasse la testa. Ma l’alternativa potrebbe non essere migliore: l’ulteriore svalutazione del dollaro americano sarebbe musica per la speculazione, in particolare per chi ha messo in pratica il De-Basement Trade (DBT).

COSA IMPLICA LA CORSA DEI PREZZI DEI METALLI PREZIOSI ?
In realtà le banche centrali stanno ancora immettendo liquidità nel sistema finanziario e non sembrano avere alcuna intenzione di alzare di nuovo i tassi, casomai stanno attendendo prima di abbassarli ancora, nella speranza che la svalutazione monetaria non si manifesti troppo palesemente anche nel rialzo dei prezzi al consumo. Ma molto probabilmente continuerà a crescere la divaricazione tra i tassi d’interesse a breve termine e quelli a lungo termine a causa degli squilibri tra domanda e offerta (con forte prevalenza di quest’ultima) di titoli a reddito fisso, proprio a causa dei timori di inflazione.

E’ meno scontato invece valutare le possibili conseguenze delle impennate di oro, argento e in generale terre rare e metalli preziosi. Innanzitutto perché ciò deriva da una corsa all’accaparramento, e sottende all’aspettativa che la crescita economica può surriscaldarsi, non che declini. Quindi i mercati finanziari che comprano metalli preziosi stanno in realtà scommettendo sull’accelerazione della crescita economica, non sulla sua caduta.

SVALUTAZIONE E INFLAZIONE RESTANO IN AGGUATO
Casomai con un’America che cresce al 4,4% l’anno (e il resto del mondo che non è da meno, salvo l’Europa) c’è un grosso rischio collaterale di rimonta dell’inflazione, che è il vero elefante nella cristalleria di un’economia globale fiorente sì, ma altrettanto instabile. Cioè il rischio è l’opposto della stagflazione e del crollo del commercio mondiale. Il rialzo dei prezzi dei metalli preziosi può infatti sfociare in un probabile aumento dei costi industriali, dal momento che l’oro e soprattutto l’argento vengono molto utilizzati nella fabbricazione di moltissimi manufatti tecnologici. Un problema che potrebbe tuttavia venire controbilanciato dagli incrementi nella produttività del lavoro derivanti dalla diffusione dell’utilizzo di intelligenza artificiale (AI) anche nell’industria e nei servizi.
Ma se la diffusione dell’AI sta agendo da propellente della produttività del lavoro e di conseguenza dello sviluppo economico globale, indubbiamente essa comporta tuttavia anche una smisurata sete di energia, necessaria per alimentare i cosiddetti ”data centers” dove girano le macchine che producono AI. Cosa che rischia di incrementare la domanda di petrolio e gas e di contrapporsi di fatto alle politiche di contenimento delle emissioni nocive. E il rincaro (parzialmente già in atto) del prezzo di petrolio e gas può di per sé alimentare altre spinte inflattive.

Bisogna poi tenere conto del fatto che l’aumento di prezzo dell’oro implica quasi inevitabilmente la diminuzione di valore della moneta (non soltanto del dollaro dunque). E la svalutazione della moneta comporta prima o poi un aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi, (soprattutto di quelli cospicui) cioè ancora inflazione.
LA CURVA DEI TASSI D’INTERESSE SI IMPENNA
Il più grave rischio è tuttavia quello che il rialzo dell’inflazione determini una domanda di rendimenti aggiuntivi nella parte lunga della curva dei tassi, cioè un incremento dei tassi d’interesse nominali a lungo termine, per poter vedere invariati quelli reali (al netto di inflazione).

I tassi d’interesse sono stati molte volte in passato più alti di come sono oggi, ma mai in precedenza c’erano stati così tanti debiti finanziari al mondo e così tanti debiti pubblici in particolare. Cosa potrebbe succedere oggi a fronte di un consistente rialzo dei tassi d’interesse non è chiaro a nessuno. Già nazioni come gli Stati Uniti d’America spendono quasi la metà di tutte le entrate fiscali per sostenere la spesa per interessi sul debito pubblico. E’ evidente che, qualora tale spesa per interessi dovesse salire troppo, molte di esse si troverebbero in una situazione vicina all’insostenibilità.
IL DOLLARO PUÒ SCENDERE ANCORA
Anche per questo motivo l’amministrazione Trump ha tentato ripetutamente in passato di svalutare il cambio del dollaro, sperando cioè in un “annacquamento” del debito pubblico, cioè nella sua progressiva “monetizzazione”. La tendenza alla svalutazione del dollaro potrebbe essere peraltro alimentata dalla volontà dei paesi “BRICS” di ridurre progressivamente l’utilizzo del biglietto verde nel mondo quale moneta di scambio per il commercio internazionale per dipendere sempre meno dalla leadership politica americana, che negli ultimi anni ha congelato risorse di terzi, ha applicato dazi doganali, ha comminato sanzioni nei confronti di paesi non allineati. I BRICS sono diventati negli ultimi mesi i veri antagonisti dell’America e, non a caso, l’indice globale dei listini delle loro borse si è impennato al di là di ogni ragionevole aspettativa!

Manovre che hanno amplificato il timore di detenere risorse espresse in dollari americani. Per lo stesso motivo oggi i principali acquirenti di oro sono diventate le stesse banche centrali dei paesi non allineati, preoccupate di non detenere più la maggioranza delle loro riserve espresse in dollari.

Bisogna poi considerare un altro fattore non marginale nel determinare le aspettative di indebolimento del dollaro: l’attesa di nuovi pesanti interventi da parte della banca centrale americana (la FED) nella sottoscrizione di quella montagna di titoli pubblici federali che stanno andando in scadenza nel corso del 2026 che dovranno necessariamente essere rinnovati con nuove emissioni (la citata “monetizzazione”). Tutto lascia infatti supporre che, se la FED stamperà di fatto altra moneta, l’offerta di dollari sui mercati valutari sarà alla fine ben superiore alla loro domanda.
LA CORSA AL DE-BASEMENT TRADE
Tutti sappiamo che il 70% circa delle attività finanziarie globali è allocato sotto la bandiera a stelle e strisce ed è espresso in dollari americani! E l’America è al momento uno dei paesi che rischiano di sviluppare l’inflazione più consistente tra le grandi economie globali. Dal momento che c’è un innegabile legame logico tra l’inflazione e il cambio a termine delle valute, non è così difficile prevedere ulteriori graduali svalutazioni del dollaro americano nel prossimo futuro.

Ma se il 70% delle attività finanziarie globali è espressa in dollari, allora la svalutazione non sarà soltanto del dollaro, bensì anche di tutte le attività finanziarie espresse in dollari. Cioè già soltanto per mantenere il loro valore intrinseco, il loro prezzo in dollari dovrà crescere. È questa la tesi di coloro che stanno scommettendo sul cosiddetto “de-basement trade” (DBT): cioè il vendere dollari a termine per scommettere sulla crescita del prezzo di metalli preziosi e altri beni rifugio (bitcoin compreso, data la sua offerta limitata, anche se recentemente si è molto ridimensionato e appare forse troppo legato al dollaro) immunizzandosi tuttavia in contemporanea dal rischio di cambio con il dollaro. Ed è anzi diventato il tema dominante della speculazione finanziaria nel corso dell’ultimo mese. E rischia di proseguire indisturbato.

Ovviamente la tesi del DBT non è scevra da rischi, perché l’ipotesi sottostante è che le quotazioni delle borse, dei preziosi e delle criptovalute potranno crescere ancora. Cioè essa tende a privilegiare un quadro di fondo tutto sommato impostato positivamente nonostante il baccano, gli allarmi, i timori geo-politici e quelli di eccessiva volatilità delle quotazioni. Un presupposto importante del De-basement Trade è infatti quello della prosecuzione della crescita economica e della profittabilità delle imprese quotate in borsa, senza le quali ovviamente potrebbe verificarsi il problema opposto: cioè che il ridimensionamento delle quotazioni venga addirittura amplificato dalla svalutazione del dollaro.
CHI HA RAGIONE ?
Difficile dire se chi fino ad oggi ha speculato in tal senso abbia ragione a farlo ancora. Come abbiamo visto più sopra però i motivi per i quali il cambio del dollaro potrebbe scendere ancora restano validi, così come i timori per l’inflazione e il possibile rialzo dei rendimenti a lungo termine, cosa che potrebbe orientare ancora una volta verso l’investimento azionario piuttosto che quello obbligazionario, troppo a rischio di minusvalenze e poco premiante in caso opposto.

I fautori del DBT sono spesso i medesimi del cosiddetto “gold supercycle”, cioè vedono nella crescita sistemica del prezzo dei metalli preziosi l’unica risposta logica a un ordine geo-politico e monetario sempre più agitato e frammentato. Spesso questa tesi è associata a quella del “reset monetario”, cioè alla previsione che presto gli USA potrebbero essere costretti alla rivalutazione contabile delle loro riserve auree per svalutare ancora il dollaro e conseguentemente il loro debito pubblico.
A loro si contrappongono gli “scettici” , che fanno notare come sia ancora tutta da dimostrare la tesi per cui il dollaro è destinato a svalutarsi nel lungo termine, indicando come il “dollar index” (cioè il cambio medio del dollaro contro le principali altre divise valutarie) sia invece sino ad oggi mediamente salito, anche se (e non è chiaro) potremmo essere arrivati a un punto di svolta. Sì veda il grafico qui sotto riportato :

Stefano di Tommaso








































