I TASSI NON CRESCONO PIÙ ?

L’economia occidentale è è probabilmente più debole di quanto leggiamo dai dati ufficiali ma questo fatto, lungi dallo spaventare gli investitori, sembra un’ottima notizia per i mercati finanziari! La pace “forzosa” medio-orientale ha prodotto un calo clamoroso del prezzo del petrolio, tornato praticamente ai livelli precedenti la guerra (come si può vedere nel grafico qui sotto riportato) e questo aiuta parecchio l’ottimismo dei mercati finanziari, che si estende all’inflazione dei prezzi e, di conseguenza, alle aspettative relative ai tassi d’interesse, che fino a ieri erano invece oggetto di (motivato) allarme generale. Tutto bene dunque? Forse sì, se la geopolitica però non guasterà la festa…

Oggi i rendimenti a medio e lungo termine sul mercato dei titoli a reddito fisso hanno registrato un’inversione e si inizia a sperare che, accanto alla riduzione della crescita economica e dell’inflazione dei prezzi, anche i tassi d’interesse a breve possano sperare di virare verso il basso (si veda il grafico relativo ai titoli di stato americani più diffusi: i T-Bond a 10 anni:

Che il ciclo economico globale stia esaurendosi è tesi che circola da anni, soprattutto in America, che non ha sofferto dei problemi di approvvigionamento energetico dell’Europa e ha beneficiato più di tutti della nuova locomotiva della crescita: l’iperdigitalizzazione legata all’adozione dell’intelligenza artificiale. Ora però il tasso di occupazione americana accenna a diminuire e storicamente questo è successo prima di alcune recessioni. L’economia americana tuttavia non è trainata soltanto dall’AI, bensì anche dalle esportazioni di gas e petrolio, dalla massiccia fornitura al resto del mondo di armamenti e tecnologie per la difesa e anche dalla spesa pubblica fuori controllo che ha indubbiamente favorito sviluppo e occupazione. È sostenibile tutto ciò nel prossimo futuro? Probabilmente si, ma non nella misura attuale.

A quanto sembra poi la misura dell’inflazione probabilmente verrà “ridefinita” al ribasso sotto l’impulso di Kevin Warsh, il nuovo governatore della banca centrale americana: la Federal Reserve Bank of America. Lo scopo di quest’ultimo sarebbe senza dubbio quello di giustificare un taglio dei tassi d’interesse. Se ciò accadrà, i titoli a reddito fisso potrebbero rivelarsi una buona allocazione del risparmio per i prossimi mesi, dal momento che le quotazioni dei listini azionari sono spesso alle stelle e le aspettative sui profitti aziendali potrebbero anche venire riviste verso la fine dell’anno.

Nessuno inoltre crede che potrà durare in eterno l’attuale forza valutaria del Dollaro americano, che sta aiutando gli USA a contenere i danni derivanti dal rincaro di commodities, energia e materie prime in generale, ma per il momento la tendenza è nettissima: il Dollaro resta l’unica riserva di valore alternativa all’oro.

È sì probabile che da qui a fine 2026 il biglietto verde possa ridimensionarsi, magari in concomitanza di una riduzione conclamata dell’inflazione, ma soltanto qualora le tensioni geopolitiche si attenuino e il prezzo del petrolio resti stabilmente a livelli accettabili. Cosa al momento tutta da verificare (di qui il punto interrogativo accanto al titolo di questo articolo).

Tutto questo tuttavia potrebbe essere una buona notizia per i mercati finanziari, dal momento che un rallentamento dello sviluppo aiuterebbe sensibilmente la lotta all’inflazione e potrebbe permettere il ribasso dei tassi d’interesse. Nel migliore dei casi potrebbe addirittura stimolare le banche centrali occidentali ad immettere nuova liquidità sui mercati, corroborando ulteriormente i mercati finanziari.

Insomma la contrapposizione tra l’economia reale e quella di carte (borsa e finanza) non potrebbe essere più netta! Ovviamente ciò potrebbe accadere solo qualora non scenda soltanto l’inflazione “ricalcolata” secondo i nuovi parametri, ma anche quella percepita dalle aspettative degli operatori economici, aiutando in tal modo a far scendere i rendimenti dei titoli a reddito fisso di lungo termine e a far risalire la fiducia degli investitori. Le nuove tecnologie infatti richiedono ingenti investimenti con ritorni lunghi nel tempo e tanta energia per alimentare sistemi di calcolo sempre più complessi. Un minor costo del denaro e, magari, del petrolio, spingerebbe al ribasso questi costi e permetterebbe a molti più operatori di abbracciare le nuove sfide, cosa che a sua volta aiuterebbe a proiettare buoni profitti anche nel futuro.

Si torna perciò a parlare di “soft landing” (atterraggio morbido) e, se anche il prezzo dell’energia dovesse ridursi, alloranbsp; potrebbe giovarne particolarmente il vecchio continente, che è costretto ad importare grandi quantità di petrolio e gas. Ma la vera sfida è riuscire a migliorare la percezione degli investitori circa le prospettive di medio termine, dopo le cospicue tensioni della prima metà dell’anno. Le aspettative di mercato (il cosiddetto “sentiment”) potrebbero tendere ad autorealizzarsi, migliorando le prospettive per le quotazioni dei metalli preziosi e dell’oro che, come si può leggere dal grafico qui sotto, accenna timidamente a rialzare la testa:

Migliorano di riflesso, anche le valutazioni immobiliari, le criptovalute (si veda il grafico relativo al Bitcoin, in rialzo negli ultimi giorni), i consumi cospicui e la liquidità che i risparmiatori potrebbero rivolgere alle start-up innovative e alle matricole di borsa. Viceversa, qualora la partita geopolitica medio-orientale dovesse riaprirsi (e purtroppo il rischio resta elevato) un eventuale rialzo del petrolio potrebbe riaprire rapidamente il dibattito sull’inflazione e su nuovi rialzi dei tassi, invertendo il sentiment.

Oltre oceano c’è tuttavia un qual certo ottimismo e, per taluni versi, l’indebolimento della crescita economica si sta già verificando mentre la liquidità sui mercati non manca di certo. Stiamo perciò assistendo ad un ritorno delle matricole in Borsa e in particolare al grande successo delle prime nuove grandissime “Offerte Pubbliche Iniziali” (IPO) come quella di SpaceX e quella di Bending Spoons, con il debutto imminente anche di OpenAI e Anthropic. IPO che, con le loro colossali dimensioni, stanno letteralmente cambiando i connotati del panorama complessivo di Wall Street (dove ogni cosa accade prima che nel resto del mondo). Ecco il grafico relativo all’indice principale di Wall Street, che ancora una volta si mostra orientato al rialzo:

Ragione di ottimismo dunque sembrano essercene e anche in Europa, dove al posto delle multinazionali tecnologiche abbiamo dei piccoli campioni delle banche, della finanza e delle assicurazioni.

Nonostante quel piccolo rialzo dei tassi della Banca Centrale Europea (BCE) la sensazione è che i mercati rimangano piuttosto compiacenti (si veda qui sopra l’indice delle principali 50 imprese quotate europee, giunte a nuovi record) e che i rendimenti obbligazionari possano addirittura tornare a scendere. La ridottissima volatilità di Wall Street negli ultimi mesi d’altronde conferma questo ottimismo generalizzato.

Stefano di Tommaso































