L’INCOGNITA DELLA LIQUIDITÀ GLOBALE

La guerra in Medio Oriente è giunta alla sua quinta settimana e i conseguenti rincari del prezzo dell’energia stanno determinando molti problemi all’economia e ai mercati, tra i quali una forte divergenza tra le diverse piazze finanziarie. Un tema sempre più centrale nelle previsioni degli analisti è quello della liquidità. Se ad esempio fino a prima della guerra si ipotizzava un rallentamento coordinato delle economie di USA e Europa, i dati più recenti suggeriscono invece che stiano prendendo strade molto diverse. La resilienza dell‘economia americana e l’inflazione spinta dai rialzi dei prezzi energetici stanno facendo scommettere su tassi più elevati sulle attività denominate in dollari, instabilità dei cambi valute e disallineamento sempre maggiore tra Occidente e Oriente.

IL PREZZO AL BARILE DEL PETROLIO AMERICANO WTI CONTINUA A CRESCERE

IN EUROPA IL COSTO DELL’ENERGIA É PIÙ ALTO

Per l’Europa in particolare il rialzo dei costi dell’energia è il più forte del pianeta a causa della necessità di importare le materie prime per quasi tutta la produzione di energia e si prospetta dunque una maggior probabilità di recessione e inflazione rispetto agli USA.

Le attese per le prime risultanze trimestrali del 2026 relativamente alle società quotate evidenziano una ulteriore crescita del divario USA/Europa.


Gli indici di borsa americani non soltanto viaggiano su multipli di valore all’incirca doppi di quelli del vecchio continente (30 volte gli utili in media al di là dell’Atlantico contro circa 15 volte da noi), ma restano anche sostenuti da attese di profitti crescenti, principalmente nel settore tecnologico, il quale invece scarseggia in Europa.

IL PREZZO DEL GAS ALLA BORSA DI AMSTERDAM

LE IMPRESE EUROPEE SCONTANO UN DIVARIO TECNOLOGICO

I multipli europei inoltre scontano poi una più scarsa crescita economica interna e l’industria manifatturiera europea appare decisamente più vulnerabile al rialzo dei costi energetici. Se il cambio Euro/Dollaro dovesse riflettere le attese di differenziale crescente tra i tassi d’interesse, allora la divisa europea potrebbe svalutarsi ancora e innescare una nuova fuga di capitali verso attività finanziarie denominate in dollari, accentuando la divergenza delle performance azionarie.


IN TEMPI DI CRISI I CAPITALI VANNO VERSO LE PIAZZE FINANZIARIE PIÙ LIQUIDE

In generale poi le situazioni di crisi determinano sempre fughe di capitali verso le più grandi piazze finanziarie del pianeta, generando un inasprimento dei differenziali. Il rialzo in corso del prezzo dell’energia, il fatto che i tassi d’interesse e l’inflazione siano sicuramente in crescita, la riduzione del credito disponibile, il rallentamento dello sviluppo economico, la fragilità del mercato del lavoro e, di conseguenza, l’attesa di un calo dei consumi, sono tutti fattori che sostengono la divergenza nella profittabilità delle imprese europee nei confronti di quelle americane (favorite). L’escalation dei conflitti militari in corso e e il loro esito incerto riduce poi le attese per le vendite di beni e servizi voluttuari, per il turismo, la cultura e il lusso. Caratteristiche tipiche dell’offerta da parte delle imprese europee.


LA CAUTELA DEGLI INVESTITORI

I timori generalizzati di una nuova importante recessione suggeriscono di ridurre gli investimenti in titoli azionari e obbligazionari a favore della liquidità e di ridurre la rischiosità dei titoli posseduti, in modo da resistere meglio agli scenari più imprevedibili. Il problema peraltro non riguarda soltanto gli investimenti finanziari bensì la stabilità monetaria, dal momento che, sebbene la guerra abbia favorito il cambio del dollaro americano nei confronti dell’Euro.


Ma se soltanto il 57% sul totale delle riserve globali delle banche centrali è ancora in dollari e in futuro la quota crescente dei commerci internazionali che non sarà più denominata in dollari potrebbe favorire un afflusso della liquidità nelle divise monetarie asiatiche a scapito di quelle occidentali, oggi invece il dollaro attrae all’incirca il 75% degli investimenti nelle attività finanziarie globali e per il momento tale quota è ancora in crescita.


IL DOLLARO PUÓ CONTINUARE A CORRERE

I rischi più rilevanti per l’andamento dell’economia riguardano dunque la riduzione della liquidità globale al di fuori degli USA. La salute del sistema finanziario moderno dipende oramai sempre più dalla possibilità di rifinanziare i debiti pubblici esistenti senza scatenare un’inflazione galoppante. Si crea così un circolo vizioso: i titoli da rinnovare dei debiti pubblici hanno bisogno di liquidità affinché vengano sottoscritti ma la liquidità globale dipende dalla fiducia degli investitori (che al momento è ai minimi). Dunque il mercato dei titoli a reddito fisso americani non può che trascinare verso l’alto i rendimenti richiesti e di conseguenza l’intera struttura dei tassi di interesse. E di nuovo questo favorisce il dollaro.

IL DOLLAR INDEX SEMBRA AVER IMBOCCATO UN CANALE ASCENDENTE

I TASSI SALGONO

Anche le banche centrali, focalizzate sull’inflazione, tendono a mantenere politiche monetarie non espansive e ad alzare i tassi invece che stimolare l’economia. Così facendo tuttavia contribuiscono a ridurre la liquidità globale a causa della contemporanea necessità di supportare le emissioni di debito pubblico. Nonostante l’esigenza di non favorire l’inflazione dei prezzi infatti, esse devono fare i conti con un intero sistema occidentale che deve rifinanziare molti titoli in scadenza. Se i titoli pubblici non vengono sottoscritti, il sistema finanziario si destabilizza ingenerando altri rialzi dei tassi. Il supporto delle banche centrali tuttavia corrisponde alla monetizzazione dei debiti pubblici e questa non è priva di conseguenze. Se infatti l’acquisto di titoli pubblici immette liquidità nel sistema finanziario, dall’altro lato le banche centrali devono ridurla per non incrementarla troppo in totale. E questo non può che penalizzare i mercati finanziari.


LE CAUSE DELLA RIDUZIONE DELLA LIQUIDITÀ

Ma la liquidità globale si riduce principalmente a causa del fatto che la disponibilità del mercato dei capitali a sottoscrivere nuove emissioni e a detenere titoli si restringe. Tutti oggi preferiscono aumentare la cautela nelle compravendite, detenere una maggior quota di contante nell’allocazione dei portafogli, cosa che riduce la velocità di circolazione della moneta e dunque la liquidità. Infine il rincaro dei prezzi di petrolio, gas e loro diretti derivati, stanbsp; assorbendo disponibilità monetarie delle aziende, nonché le risorse disponibili per il capitale circolante e gli investimenti. Senza contare il fatto che anche il sistema bancario sta facendo un passo indietro: i timori di recessione e di rialzo dei costi le spingono a ridurre il moltiplicatore del credito e ad aumentare le richieste di garanzie accessorie.


IL CICLO DELLA LIQUIDITÀ

Secondo alcuni inoltre la durata del ciclo globale della liquidità è di circa 65 mesi e aveva raggiunto il suo picco a metà del 2025. Dunque oggi sarebbe in fase discendente e questo incrementa la turbolenza dei mercati. Questo suggerisce che il lungo ciclo di rialzo delle borse potrebbe essere definitivamente terminato. Gli investitori osservano l’incremento della volatilità dei mercati finanziari e la riduzione della sua liquidità e diminuiscono di conseguenza il loro ottimismo cercando rifugio contro l’inflazione monetaria.


Cosa che fa pensare che più avanti gli investitori potrebbero riprendere a comperare metalli preziosi come riserva alternativa di liquidità. La necessità di mantenere più contante complessivamente in portafoglio li porta tuttavia a dover scegliere tra cassa (o metalli preziosi) oppure titoli del mercato monetario (a breve termine). E quelli in dollari rimangono i più liquidabili e tra quelli a maggior rendimento. Ciò di nuovo favorisce il tasso di cambio del dollaro.

E se le preferenze dei gestori di portafoglio si rivolgono principalmente sui titoli a breve termine rispetto a quelli più lunghi, che rimangono esposti al rischio di minusvalenze per il rialzo dei tassi d’interesse, questo fa lievitare i tassi d’interesse a più lunga durata. Non per niente il tasso medio sui mutui fondiari americani ha già superato la soglia psicologica del 7%.


LA CINA FA ECCEZIONE E I SUOI RENDIMENTI SCENDONO

In questo momento tra le maggiori economie soltanto la Cina sta espandendo la massa monetaria, anche perché alla Cina che pratica forti controlli sulla possibilità di fuga dei capitali interni fa addirittura comodo una ulteriore discesa del cambio dello yuan contro dollaro, per alimentare la competitività delle proprie esportazioni.

IL RENDIMENTO DEL BOND CINESE A 2 ANNI E’ IN CONTROTENDENZA

Il messaggio conclusivo è che il sistema finanziario globale appare sempre più dipendente dalla liquidità in circolazione e dalla fuga dei capitali. Cosa che favorisce gli USA ma aumenta anche la divergenza tra i mercati finanziari occidentali ed orientali.

Negli usa infatti crescono le attese d’inflazione e cala la fiducia dei consumatori, sebbene l’economia non arretri e questo fa la grande differenza con l’Europa. Però in tutto l’Occidente le banche centrali stanno reagendo in tono aggressivo e di conseguenza i mercati scontano rialzi nel costo del denaro, mentre in Oriente sta succedendo il contrario.

Stefano di Tommaso




I COSTI DELLA GUERRA

La Guerra in Iran sta macinando risorse a ritmo impressionante: armamenti, carburante, ordigni, pezzi di ricambio, viveri e impianti. Secondo il sito Iran War Cost Tracker (e in linea con le stime del Center for Strategic International Studies, CSIS), i primi 20 giorni di guerra sono costati agli USA quasi 25,5 miliardi di dollari cioè oltre 1 miliardo di euro il giorno, oltre a 12 morti (sinora). E il Pentagono starebbe per richiedere al Congresso 200 miliardi di dollari in fondi supplementari, per finanziare la Guerra in Iran e rimpinguare le dotazioni che si stanno assottigliando. Poi occorre aggiungere quanto stanno spendendo Israele (quasi altrettanto), Iraq, Cina, Russia, India, Pakistan e Turchia, e infine occorre chiedersi quanto costerà al mondo intero il rincaro della bolletta energetica e alimentare. Insomma saremmo fortunati se il mondo se la cavasse con una stima di spesa tra i 100 e i 200 miliardi di Dollari (per le sole prime tre settimane).

Con la prosecuzione (quasi) inattesa della nuova guerra del golfo persico l’economia globale sta però subendo costi indiretti molto maggiori di quelli diretti, soprattutto in termini di shock rincaro dei prezzi. Questo principalmente a causa della riduzione della capacità dei paesi mediorientali di estrarre e consegnare molto meno petrolio e gas del solito al resto del mondo. Lo stretto di Hormutz resta chiuso alle navi occidentali e il possibile rimedio (l‘attacco di terra all’Iran per giungere alla liberazione forzata del blocco alla navigazione delle petroliere) rischia di essere peggiore del problema stesso, con una escalation militare semi-globale forse senza precedenti, dal momento che Turchia, Russia e Cina hanno già dichiarato il loro supporto esplicito al paese aggredito e gli europei hanno già promesso supporto a USA e Israele.

La prima conseguenza di tale ridotta disponibilità di materie prime “energetiche” è stato l’innalzamento delle quotazioni di petrolio, gas e molti loro diretti derivati, ivi compresi i fertilizzanti alla base dei costi di produzione di quasi tutti i generi alimentari. Questo innalzamento è già di per sé molto pericoloso per le conseguenze che ha già sul costo dell’energia e per quelle che può avere sui prezzi di quasi tutti i processi produttivi e distributivi del mondo. Ma occorre anche far notare che -come si fa notare già da tempo- la possibilità di una stretta prolungata alle forniture di gas e petrolio (divenuta oramai una realtà) può portare le quotazioni di gas e petrolio ancora molto più in alto dei livelli già raggiunti. Il grafico qui sotto riportato parla piuttosto chiaro: l’ascesa dei prezzi non sembra aver esaurito la sua spinta.


Il conflitto in Medio Oriente insomma non sta soltanto spaventando i mercati finanziari, dove si vedono ultimamente molti venditori e pochi compratori di carta finanziaria. Sta soprattutto minando alle fondamenta l’economia occidentale per la riduzione forzosa delle forniture provenienti dal Golfo Persico. L’ultima settimana è stata infatti caratterizzata da un significativo incremento degli attacchi alle infrastrutture energetiche, cosa che ha ridotto la capacità di estrazione ed esportazione di gas e petrolio di molte nazioni.


Il Qatar ha ad esempio annunciato la riduzione del 17% delle esportazioni di gas naturale liquefatto per un periodo di tempo futuro compreso tra tre e cinque anni. Il che ha spostato le aspettative collettive degli operatori economici dal dover constatare un semplice problema di breve periodo alla presa d’atto di dover convivere ancora a lungo con un danno strutturale all’industria occidentale che può fare molto più male di una guerra.

Per contestualizzare il punto in cui ci troviamo già dopo tre settimane di guerra, occorre riportare quanto dichiarato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, che ha definito il conflitto “la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale nella storia dell’umanità”. Un problema che convive difficilmente con il crescente fabbisogno di energia che deriva dai “data center” in costruzione per supportare le nuove piattaforme di intelligenza artificiale e che, al di là di quest’ultima, non potrà che trascinare al rialzo l’inflazione dei prezzi.


Fino a qualche giorno fa invece la semi-compiacenza dei mercati finanziari aveva generato effetti limitati, principalmente basati sull’aspettativa di poter risolvere la crisi nel giro di qualche settimana. I tassi d’interesse sui titoli di stato americani decennali sono saliti soltanto di poco più che 1/3 di punto percentuale, come si può leggere dal grafico qui sotto. Tuttavia la tendenza al rialzo dei tassi sembra molto lontana dall’essersi esaurita:


Le borse valori non sono andate molto peggio sino allo scorso venerdì. Hanno sì registrato un calo della liquidità apportata dalla necessità dei grandi gestori di patrimoni di tenere testa alle richieste di riscatto di fondi e gestioni, ma c’erano stati anche grandi rotazioni dei portafogli verso settori industriali meno esposti ai fattori congiunturali, che avevano sostenuto al rialzo alcuni comparti. Dunque da inizio anno gli indici Dow Jones e Standaramp;Poor 500 erano in calo del 5% circa, il Nasdaq poco oltre. Con il tristemente famoso “liberation day” di Trump era andata molto peggio! Il punto è che, come si può leggere dal grafico qui sotto riportato, la discesa di Wall Street sembra aver “sfondato” la resistenza di 6.600 punti e rischia di proseguire parecchio oltre (quella successiva si colloca poco sopra i 6.000 punti).


Ora però l’umore dei mercati per i prossimi giorni rischia di essere ancor più tetro. La causa principale sembra risiedere nella riduzione della liquidità complessiva dei mercati (ancora difficile da stimare quantitativamente), che ha messo al ribasso sinanco le quotazioni dei metalli preziosi e delle criptovalute e può spingere le borse ancora molto più giù. Qui sotto il grafico delle quotazioni dell’oro:


Inoltre l’attesa di ulteriori spinte inflazionistiche può determinare ulteriori conseguenti rialzi nei rendimenti dei titoli di stato, alimentando una possibile spirale di ribassi (anche delle borse) e probabili rialzi degli spread creditizi. Inoltre la riduzione della liquidità dei mercati può andare ad innestare conseguenze negative anche per la disponibilità di credito all’economia, con possibili conseguenze nella riduzione di finanziabilità e sostenibilità di tutti gli investimenti: commerciali, produttivi e infrastrutturali.


Ciliegina sulla torta di fango che sembra stare montando in queste ore sarebbe infine l’inappropriato intervento al rialzo sui tassi d’interesse da parte delle banche centrali occidentali (le altre sembrano meno propense al riguardo! Inappropriato perché anche un bambino può ben comprendere che se l’inflazione deriva da uno shock di offerta delle materie prime, difficilmente l’aumentare il costo del denaro può rappresentare un vero rimedio. Ma può succedere ugualmente, dal momento che l’incremento del tasso d’inflazione, se raffrontato con tassi d’interesse nominali invariati, può ridurre o portare sotto zero i tassi d’interesse reali (cioè quelli nominali al netto dell’inflazione).


Ecco infatti che molte voci si stanno levando per richiedere interventi restrittivi della politica monetaria da parte delle banche centrali, interventi i quali non potrebbero che peggiorare il quadro, andando a restringere la liquidità globale laddove già scarseggia per fattori esogeni. Le prospettive relative a prosecuzione/peggioramento della nuova guerra del Golfo Persico non sembrano peraltro incoraggianti nemmeno sotto altri profili:

La maggior spesa pubblica per la sicurezza ed il riarmo non potrà che far impennare i deficit di bilancio Il rialzo di costi industriali e tassi d’interesse non potrà che comprimere consumi e investimenti, con effetti inevitabilmente deleteri anche per tutto il comparto dei servizi (in parte anche quelli finanziari) La riduzione del credito disponibile non potrà che peggiorare la situazione generale di industria e commercio Il peggioramento delle condizioni economiche generali non potrà che incrementare la disoccupazione, la quale a sua volta deprimerà ulteriormente i consumi


Difficile dunque vedere qualcosa di positivo nella congiuntura economica attuale, dal momento che -sinanco nel caso di blitz risolutivo della guerra- le conseguenze del conflitto sembrano destinate a perdurare un po’ come successe cinquant’anni fa con la guerra del Kippur (1973). E se anche le banche centrali dovessero ricevere l’illuminazione divina che facesse rinunciare loro a rialzare i tassi d’interesse a breve termine, resterebbero non facili da comprimere quelli a lungo termine, derivanti dall’incremento della spesa pubblica di praticamente tutte le principali nazioni del pianeta.

Stefano di Tommaso




LA GUERRA DEL PETROLIO

I telegiornali e tutti i commentatori esplorano le possibili evoluzioni della seconda guerra all’Iran mossa da USA e Israele ma buona parte dei problemi (almeno per adesso) si riassumono in due sole parole: “petrolio” e “gas”. Sono gli sviluppi che possono conseguire alla loro scarsità che orientano le conclusioni di ogni ragionamento, perché l’Iran e i popoli che la supportano (Hezbollah, Houthi, Palestinesi, eccetera) hanno usato la leva della forte dipendenza del mondo dalle forniture mediorientali per riuscire a logorare le economie, gli interessi e il supporto popolare dei paesi che li aggrediscono e -fino ad oggi- ci stanno anche riuscendo. Questo può provocare cambiamenti epocali quasi a prescindere dagli esiti bellici. E nel frattempo una probabile recessione.

LE BORSE SONO SCESE ASSAI POCO

Nelle prime due settimane di guerra gli effettinbsp; nei confronti dei mercati finanziari sono stati piuttosto limitati. Wall Street (cioè lo SP500) ha perduto meno del 4% e i tassi d’interesse più significativi (quelli del T Bill decennale) sono saliti soltanto dello 0,3%. Questo nonostante il fatto che il prezzo del gas sia raddoppiato e quello del petrolio sia cresciuto in media del 50%.


Una spiegazione quasi ovvia sta nel fatto che molti analisti ancora si attendono che il conflitto finisca presto e che il mondo possa tornare alla normalità così come è successo l’estate scorsa con la guerra dei 12 giorni o con la deflagrazione del conflitto ucraino nel 2022 con le medesime paure di un petrolio caro e di una recessione imminente che poi però si dileguarono in fretta.


Una seconda spiegazione, già più approfondita, sta nell’attesa di profitti futuri delle imprese quotate che al momento non si può stimare granché di quanto potrebbero ridimensionarsi e stavano fino a ieri seguendo un percorso ascendente. I timori relativi all’eccesso di investimenti richiesti dalla diffusione dell’intelligenza artificiale e la voglia di portare a casa parte dei “capital gain” realizzati con le quotazioni da record cui erano giunti le borse avevano già ridimensionato leggermente i listini e dunque le correzioni delle quotazioni che teoricamente sarebbero state necessarie in seguito ad un’aspettativa di profitti più prudente era in parte già avvenuta.


Questa considerazione è importante perché se i profitti attesi sono ancora elevati ciò che è sceso di più sono i moltiplicatori del valore di tali profitti, cioè il reciproco dei tassi di rendimento impliciti nelle quotazioni dei titoli azionari. Occorre poi notare che alcuni settori possono beneficiare della maggior spesa pubblica conseguente all’esigenza di riarmo derivante dalle tensioni geopolitiche, altre dell’esigenza di carburanti, tecnologie e sicurezza.

Quindi potrebbe ancora una volta accadere che l’economia vada in recessione ma le quotazioni di borsa di interi comparti industriali possano trarre beneficio diretto e indiretto dalla spesa bellica e dal maggior debito pubblico. Anche per questo i listini delle borse non sono scesi troppo: fanno media tra i settori che guadagnano con la guerra e quelli che ci rimettono con la recessione.

RIUSCIREMO A NON FAR DECOLLARE I TASSI ?

Ovviamente però tutto dipenderà dalla durata del conflitto medio-orientale, perché se dovesse trasformarsi in un pantano dal quale Israele e gli USA faranno fatica a uscire senza allargare la guerra al resto del mondo, allora le imprese che sperano di beneficiare dalla spesa bellica verranno sopraffatte dai danni ai commerci internazionali, allo sviluppo economico planetario e alle infrastrutture costruite in precedenza.


Molti hanno anche paragonato questo conflitto alla guerra del Kippur, che terminò piuttosto presto ma che comunque rilanciò il prezzo del petrolio e l’inflazione dei prezzi costringendo le banche centrali a rialzare i tassi d’interesse fino a provocare una recessione. Nella mia precedente analisi (“Nulla sarà come prima”) facevo notare però che stavolta, 53 anni dopo quei giorni, il mondo è pieno di debiti e le conseguenze per i mercati finanziari di un’inflazione sostenuta e dei conseguenti rialzi dei tassi d’interesse possono essere ben più distruttive.


Se i tassi d’interesse dovessero essere pilotati molto in alto allora il dramma della non sostenibilità dei debiti pubblici potrebbe non vedere che una sola soluzione: la monetizzazione selvaggia di questi ultimi (almeno in Occidente e in particolare in Europa) e dunque l’inflazione che sopravanza i rendimenti nominali, cioè tassi d’interesse reali negativi. Uno scenario tra l’altro relativamente probabile visto che, per le motivazioni che andiamo ad esporre, la probabilità di complicazioni negli sviluppi della guerra appaiono elevate.

LA FORTE CORRELAZIONE TRA L’INFLAZIONE RILEVATA (LINEA NERA) E I PREZZI DELLE MERCI AL NEW YORK MERCANTILE EXCHANGE (LINEA VERDE) LASCIANO SUPPORRE UN ULTERIORE RIALZO DELLA PRIMA

IL RAZIONAMENTO DI PETROLIO E GAS IMPOVERISCE IL MONDO

Nonostante le dichiarazioni fiammeggianti di America e Israele oggi Hormuz si sta svuotando: il mercato petrolifero sta entrando nella fase dell’esaurimento fisico delle scorte energetiche. La maggior parte dei movimenti riguarda navi iraniane, molte dirette verso la Cina. Le petroliere partite dal Golfo prima della chiusura dello Stretto di Hormuz stanno ancora arrivando a destinazione, ma i nuovi carichi sono praticamente fermi. La pipeline logistica si sta svuotando e le consegne residue si esauriranno entro la fine della settimana.


Nel frattempo i blocchi produttivi sono saliti a quasi 7 milioni di barili al giorno. Entro la fine della settimana i tagli potrebbero avvicinarsi a 12 milioni di barili al giorno. In un contesto in cui all’offerta globale mancano già 7 milioni di barili al giorno, l’unico modo per riequilibrare il mercato è una riduzione forzosa dei consumi oltre a un inevitabile rincaro dei prezzi.

LA CAPACITÀ ESTRATTIVA DI PETROLIO NON UTILIZZATA PRIMA DELLA GUERRA ERA DI CIRCA 8MIL DI BARILI AL GIORNO, CORRISPONDENTI AL CALO ATTUALE. MA ORA PUÒ ECCEDERE E OCCORRE RIDURRE I CONSUMI

VENGONO A MANCARE ANCHE I PRODOTTI RAFFINATI

Hormuz non è solo l’arteria del petrolio greggio. È anche il corridoio attraverso cui transitano circa 5 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati: LPG, nafta, diesel e carburante per aerei. L’Europa è particolarmente esposta, soprattutto dopo il bando alle importazioni russe che ha aumentato la dipendenza da ciò che viene raffinato e distillato in Medio Oriente. Con le esportazioni bloccate e senza oleodotti e gasdotti sufficienti, circa 2 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione nel Golfo non ci sono più. Il risultato è una stretta dei prodotti raffinati, cioè soprattutto diesel e carburanti per aerei, dei quali il Golfo è un fornitore chiave per Europa, Africa e Asia.


L’Asia resta la regione più esposta: prima della crisi importava 13,2 milioni di barili al giorno attraverso Hormuz, circa metà delle importazioni totali. Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono i principali acquirenti. Le scorte possono attenuare lo shock solo temporaneamente. In molte economie emergenti stanno già comparendo le prime misure di stabilizzazione: restrizioni all’export, rilascio di scorte strategiche, sussidi mirati e politiche di riduzione della domanda.


Dallo Stretto di Hormuz in precedenza passava il : 34% del petrolio mondiale 22% dei minerali 16% dei fertilizzanti. Secondo il Financial Times, se anche lo stretto tornasse ad essere aperto, il prezzo del petrolio non scenderebbe a meno di 70-80$ (almeno fino a quando non fosse ripristinata tutta la capacità produttiva oggi danneggiata ) mentre se restasse bloccato oltre un mese (e siamo alla terza settimana), il petrolio potrebbe tranquillamente superare i 100 $ al barile (di greggio), se invece restasse bloccato oltre i tre mesi facilmente supererebbe i 150.


I danni alle infrastrutture petrolifere di stoccaggio e raffinazione del Medio Oriente quindi si aggiungono alla scarsità di petrolio greggio derivante dal blocco di Hormuz e divengono il vero ago della bilancia perché riducono ulteriormente le disponibilità complessive di prodotti energetici e servono anche per produrre fertilizzanti. Gli USA dipendono dal Golfo Persico per il 51% dell’azoto e l’India per l’89%. Questo si sta già traducendo automaticamente in rialzi anche dei prezzi alimentari.

C’È UNA CERTA PROBABILITÀ DI RALLENTAMENTO ECONOMICO

Se ne deduce che anche i prezzi dell’energia e degli alimentari stanno salendo molto meno di quanto dovrebbero, soltanto perché ancora ci si attende un rapido ritorno alla normalità. Se invece l’aumento dei prezzi di energia e cibo farà risalire l’inflazione, allora le banche centrali non potranno proseguire con l’attuale politica monetaria con il risultato che tassi d’interesse risaliranno e rallenterà l’economia globale. Quella che si profila per il resto dell’anno perciò, se non è una recessione, è quantomeno una crescita ridotta e incerta.

Siamo di fronte a un punto di svolta storico nella strategia energetica (e industriale) globale che può comportare la necessità di una diversificazione forzata delle fonti e dei consumi di energia. Gli USA grazie alle proprie vaste riserve manterranno un’economia basata sugli idrocarburi che però saranno quantomeno più cari. Dunque dovranno convivere con un’inflazione elevata.

In tal caso non è detto che il Dollaro manterrà la sua forza attuale (anzi!). Potrebbe soffrire dal disamoramento per i titoli pubblici a stelle e strisce. Così come potrebbe continuare ad attirare risorse perché considerato “porto sicuro”, mettendo in difficoltà diversi altri paesi emergenti che avevano ben sperato dalla sua svalutazione.


Il tema delle possibili fughe dei capitali, in qualsiasi direzione possano rivolgersi, preoccupa parecchio gli analisti e può scatenare scarsità di credito e rialzi dei tassi d’interesse dove i capitali fuggono. Per esempio c’è una certa probabilità che l’Europa ne faccia comunque le spese, a meno che non venga riesumato un forte interscambio con l’est Europa e l’Asia. Ma al momento non se ne parla nemmeno! Un altro grande rischio è che le banche centrali applichino strumenti che appartengono al passato per cercare di pilotare il futuro, provocando in tal modo inutili ulteriori frenate all’economia, disoccupazione e impoverimenti.

CHI VINCE E CHI PERDE

La Cina al momento sta rinviando gli incentivi agli investimenti precedentemente previsti e sta usando molte risorse per accelerare su nucleare e energie rinnovabili, e così pure il Giappone. L’Europa invece può fare ben poco nel breve termine e sarà probabilmente costretta a non rifiutare più il gas russo anche perché è lontana dal momento in cui potrà ripristinare le proprie centrali nucleari. Nel frattempo importerà gas e petrolio dagli USA (forse) sicuramente a più caro prezzo e ridurrà in tal modo ancora di più la competitività delle proprie fabbriche.

Alcuni paesi che invece restano lontani dai focolai geopolitici e offrono energia pulita abbondante ne trarranno beneficio anche per l’industria: ad esempio il Cile (e forse altri paesi del Sud America) è stato citato come la possibile Arabia delle energie rinnovabili grazie al potenziale solare, eolico e geotermico. L’Australia potrebbe fare lo stesso. Sempre che riusciranno a mantenere stabilità politica e consenso sociale.


LA FORZA DELLA GEOPOLITICA

Dunque la geopolitica (che al momento sta muovendo poco i mercati) nel lungo termine potrebbe forzare una ristrutturazione completa del panorama industriale mondiale. Non soltanto dal punto di vista geografico, ma anche settoriale: saranno ancora validi i paradigmi relativi ai forti consumi di energia richiesti dall’intelligenza artificiale? Avrà ancora senso viaggiare così tanto in aereo (soprattutto per lavoro)? La sanità continuerà a veder crescere la spesa complessiva anche qualora la previdenza sociale dovesse venire ulteriormente ridotta? E il lusso continuerà ad attrarre orde di giovanissimi intorno ai marchi del lusso e dell’ostentazione?

Sono domande che non hanno risposte certe ma che seminano un dubbio: che la forte instabilità -a prescindere dalle sorti dell’Iran- possa arrivare comunque smuovere grandi cambiamenti epocali che rimetteranno in discussione tutti i precedenti paradigmi della società civile globalizzata. Anche per queste considerazioni, restiamo dell’idea che da adesso, in pochi anni: “nulla sarà più come prima” !

Stefano di Tommaso




NULLA TORNERÀ COME PRIMA

La guerra all’Iran ha comportato forti shock per i mercati finanziari e per il commercio internazionale, scuotendo alle fondamenta l’ordine economico globale. Il rialzo dei prezzi energetici era già nell’aria e ora è divenuto una realtà che porterà le borse e i gestori del risparmio e le banche centrali a dover fare scomode scelte, e sicuramente impatterà sulle borse e sulla fiducia degli investitori ancor più di quanto non sia già successo, soprattutto nel settore dei titoli di stato e del reddito fisso. Un paragone con quanto accadde negli anni ‘70 dopo la guerra del Kippur lascia sgomenti anche perché, a differenza di allora, oggi l’indebitamento appare troppo elevato per restare sotto controllo, soprattutto se accanto all’inflazione dovesse svilupparsi una recessione.

COME CINQUANT’ANNI FA

La crisi geopolitica del Medio Oriente ha soltanto accelerato dei cambiamenti che erano già in atto e ora difficilmente il mondo tornerà alla situazione precedente. Tutte le nazioni spenderanno di più in infrastrutture militari, di difesa e di intelligence e le risorse così drenate danneggeranno i percettori di salari e di previdenza sociale. Tuttavia, anche se in generale la congiuntura penalizzerà lo sviluppo economico e i consumi, alcuni settori industriali ipertecnologici e degli armamenti ne beneficeranno, così come la finanza internazionale. Un tale sconvolgimento però va a vantaggio di Russia e anglosassoni (USA & UK) e a scapito di Europa continentale, Cina e paesi emergenti. Il che spingerà le nazioni a schierarsi necessariamente in uno dei due grandi blocchi opposti.

OGNI VOLTA CHE INIZIA UNA NUOVA GUERRA L’INFLAZIONE RIPRENDE A CORRERE

LE FORNITURE SCARSEGGIANO

La settimana appena trascorsa è stata più turbolenta di quanto ci si potesse attendere per l’economia globale e i mercati finanziari. L’attacco all’Iran, e la risposta di quest’ultimo, ha coinvolto oltre una dozzina di nazioni e ha generato molte giustificate preoccupazioni. Le forniture di petrolio e gas per un po’ di tempo rischiano di scarseggiare a causa del blocco delle navi che dovevano uscire dal Golfo Persico e, soprattutto per il gas, a causa della distruzione di numerosi impianti nei dintorni del Golfo Persico.

L’impennata dei loro prezzi ha riflesso l’allarme generalizzato e, se il conflitto non verrà fermato presto, potrebbe proseguire, soprattutto in un momento in cui le riserve strategiche di molte nazioni già scarseggiavano. La chiusura dello Stretto di Hormuz sta inoltre trasformando il mercato petrolifero: il petrolio russo, prima venduto con forti sconti, è ora molto richiesto e il suo prezzo sta raggiungendo quello del Brent, avvantaggiando Iper ora) la Russia e i paesi produttori di materie prime non troppo esposti ai danni della guerra.


INFLAZIONE RECESSIONE E RIALZI DEI TASSI IMPATTANO SULLE VALUTAZIONI

Le difficoltà nelle forniture di materie prime energetiche hanno immediatamente scatenato timori di ripresa dell’inflazione e, di conseguenza, il rialzo dei tassi d’interesse nominali, spaventando i risparmiatori. Questi ora attendono di conoscere gli sviluppi di un rogo collettivo in Medio Oriente che rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra regionale, che potrebbe espandersi a macchia d’olio e impattare ulteriormente sui mercati finanziari.

La Cina, già colpita dal venir meno delle forniture petrolifere venezuelane, rischia ora di perdere una seconda fonte di petrolio a basso prezzo e di conseguenza si agita in tutte le direzioni per limitare i danni. Negli USA la popolazione condivide assai poco le avventure belliche del Presidente anche perché stavano già salendo disoccupazione e inflazione. Ora la risalita dei prezzi dell’energia è un duro colpo per il potere d’acquisto dei salari. Esiste dunque la possibilità che si determini uno scontro sociale nella patria del capitalismo globale.

ORA LE BORSE APPAIONO SOPRAVVALUTATE

Nemmeno in Europa la situazione appare facile: anzi! Già prima della guerra l’inflazione aveva sorpreso al rialzo, e ora che il prezzo del petrolio è passato in pochi giorni da 70 a 90 Dollari al barile, i mercati iniziano a scontare un rialzo dei tassi d’interesse e un calo dei titoli quotati. Nei giorni scorsi però Wall Street ha registrato un picco nei multipli di valore impliciti nelle quotazioni borsistiche (a causa della revisione al ribasso dei profitti attesi e delle condizioni generali di mercato). Un picco nelle valutazioni che si era prodotto in precedenza soltanto alla vigilia di grandi crisi (come si può vedere nel grafico sotto riportato) e che spingerà molti operatori a liquidare ulteriormente le loro posizioni.

L’INDICE “C.A.P.E. RATIO DI SHILLER (CYCLICALLY ADJUSTED PRICE-TO-EARNINGS)

I timori maggiori tuttavia riguardano la liquidità del sistema finanziario e la disponibilità di credito, che rischia di calare bruscamente a causa dei rischi per le esportazioni europee nei confronti dei paesi emergenti. La caduta verticale della fiducia degli investitori ha orientato i gestori dei patrimoni verso una decisa prudenza e, anche se per il momento, i mercati finanziari stanno reagendo con scetticismo e ritardo, sono indubbiamente diventati meno liquidi.

LA RIDOTTA LIQUIDITÀ DEI MERCATI POTREBBE FAR IMPENNARE I TASSI

E infatti negli ultimi giorni molti investitori hanno iniziato a ritirare soldi da fondi di capitale e credito privato e veicoli di investimento immobiliare. Cosa ha mosso di più i mercati è stato proprio il cosiddetto “premio per l’illiquidità”: i rendimenti degli attivi finanziari dovrebbero crescere quando diventa piu difficile disinvestire, per almeno tre motivi:

  1. timori sul credito (possibili default dei prestiti),
  2. timori sulla liquidità (difficoltà a recuperare il proprio denaro),
  3. timori sull’aumento dei tassi d’interesse reali.

Quando questi fondi erano stati lanciati, gli investitori si trovavano in una situazione di ampia liquidità che adesso invece, a causa dei timori appena citati, scarseggia sui mercati finanziari.

IL PREZZO DEL PETROLIO È SEMPRE STATO CORRELATO AI RENDIMENTI DEI TITOLI DI STATO AMERICANI E ORA CHE IL PETROLIO COSTA MOLTO DI PIÙ CI SI PUÒ ATTENDERE UN’ULTERIORE RISALITA ANCHE DEI TASSI D’INTERESSE

È un po’ come la corsa a ritirare i depositi dalle banche: se tutti lo fanno le attese di insolvenza si autoalimentano. Ma ovviamente tutto dipenderà dalla durata del conflitto e dalla capacità di estrazione e trasporto che residuerà nell’area del Golfo Persico. E questa volta tanto Trump quanto l’Iran sembrano avere buoni motivi per volere andare avanti a lungo, con conseguenze potenzialmente molto pesanti per l’economia e per le borse, che hanno oscillato fortemente (nel grafico qui sotto l’andamento dell‘indice VIX della volatilità dei corsi azionari a Wall Street):


Negli Stati Uniti fino a Venerdì le perdite delle Borse sono state moderate mentre l’Europa ha registrato un arretramento più marcato e in Asia la volatilità è stata invece molto più intensa, soprattutto in Corea del Sud. I rendimenti obbligazionari non sono ancora cresciuti molto a causa del fatto che c’è ancora una buona parte del mercato che ritiene l’operazione militare come un evento temporaneo. Il Dollaro invece si è -com’era prevedibile- particolarmente rafforzato.

Una crisi del genere si era vista cinquant’anni fa, quando la guerra del Kippur impose una revisione integrale delle tariffe energetiche e avviò una nuova stagione di inflazione e rialzo dei tassi che fecero risalire il cambio del Dollaro, come si può vedere da questo grafico:


LA CORSA DELL’ORO (SVALUTAZIONE DEL $) ANNULLA I GUADAGNI DELLE BORSE

In ogni caso occorre notare che la svalutazione delle principali divise di conto valutario nei confronti dell’oro è stata tale che, in termini di valore dell’oro, l’indice principale della borsa di wall street era già decisamente calato e adesso è sceso al di sotto dei livelli del 2020, in piena crisi pandemica, come si può vedere dal grafico sottostante:


Questo lascia presagire che, nonostante il fatto che i portafogli dei gestori azionari continueranno a ruotare e a selezionare i titoli da mantenere, tutto sommato l’azionario non dovrebbe continuare a scendere troppo, data la natura dei titoli azionari di aziende che sono quote di un “bene reale” e pertanto soggetto a rivalutazione in caso di inflazione.

Il problema casomai è il disallineamento tra svalutazione delle principali valute (rispetto all’oro e agli altri metalli preziosi) e inflazione, che non potrà che tendere ad una correzione. Cioè l’inflazione con ogni probabilità è destinata ad aumentare decisamente per riallinearsi alla perdita di potere d’acquisto della moneta. Lo vediamo anche nel constatare lo scostamento tra le quotazioni dell’oro e quelle del petrolio, che divergevano un po’ troppo fino alla scorsa settimana:


COSA NE CONSEGUE:

Le indicazioni che si possono trarre dalla congiuntura che osserviamo sono amare anche se soltanto indicative :

  • Sicuramente la crescita smisurata del prezzo del gas (è raddoppiato) e del petrolio (circa +60%) avranno effetti inflattivi di prim’ordine se non si ridimensioneranno in fretta o non succederà qualcosa che contrasti il rincaro (nel grafico qui sotto si può leggere una decisa correlazione tra il prezzo del petrolio negli ultimi 10 anni e il tasso di inflazione):

 

  • La sola aspettativa di una risalita dell’inflazione può rilanciare i tassi d’interesse verso l’alto molto più di quanto sia successo fino ad oggi: tutto dipenderà dall’effettiva durata della nuova guerra del Golfo
  • Quando la tensione geopolitica globale arriva a questi livelli normalmente sono le piccole nazioni quelle che rischiano di soffrire di più, ragione per la quale il Dollaro si rafforza perché i capitali lasciano i mercati emergenti
  • Se i tassi d’interesse risaliranno l’Occidente si troverà di fronte a una sfida difficile ed inedita nei decenni precedenti: come pagherà gli accresciuti interessi su un debito grande e crescente senza strozzare l’economia?
  • Se tutto invece tornasse velocemente alla situazione precedente quanto tempo ci vorrà perché gli investitori recuperino fiducia nei mercati finanziari? C’è più di una possibilità che passi parecchio tempo prima di veder tornare i mercati finanziari alla normalità
  • Non tutto però sembra destinato ad andare storto: il disordine che si è creato in Medio Oriente può favorire Russia e America, riequilibrando la bilancia di quest’ultima nei confronti della Cina, che si troverà costretta a pagare più cara l’energia e a vedere contingentata la sua capacità di smercio di prodotti industriali nel mondo
  • Sembra un disco rotto ma appare piuttosto evidente che il continente destinato a pagare di più le spese di questa guerra è sicuramente l’Europa, che prima acquistava a buon mercato molto petrolio e gas dal Medio Oriente e ora vedrà contingentate le proprie forniture e più care le proprie bollette energetiche
  • Le forniture militari e l’industria di base che ne permette la fabbricazione (acciai speciali, elettronica avanzata, strumenti di misura e di controllo, eccetera) torneranno ancora più in auge perché, giunti a questo punto il riarmo e l’aggiornamento tecnologico delle infrastrutture della difesa risulterà imprescindibile per ogni angolo del mondo
  • È prevedibile che i consumi collettivi possano invece ridimensionarsi pesantemente e che in generale i servizi ne risulteranno penalizzati, con la probabile conseguenza di veder avviare l’ennesima inattesa recessione economica (la storia recente mostra che forti risalite del petrolio portano alla recessione)

  • Mentre gli intermediari finanziari avranno un ruolo ancor più importante in una situazione in cui reperire credito e capitali sarà più difficile, e i loro margini non potranno che crescere. Tuttavia molte banche accuseranno una nuova ondata di insolvenze delle imprese e sopravviveranno soltanto quelle più solide (il ciclo del credito è più che maturo e i fondi di credito privato sono adesso sotto stress, come si può leggere dal grafico qui sotto riportato):


Stefano di Tommaso