BORSE:TEMPORALI ESTIVI IN ARRIVO?

Con la guerra del Golfo Persico che non è mai davvero stata conclusa (anzi: Trump è appena tornato ad attaccare l’Iran) e con la guerra in nell’Est Europa che non vede altro che successive escalation, ha senso per i mercati finanziari pensare di continuare a ignorarne i rischi e a vederne soltanto i vantaggi (più profitti per il settore energetico, grande domanda di tecnologia, maggior liquidità in circolazione…) ? La domanda non è nuova ma ciò che continua a crescere è il parossismo delle risposte che provengono dai mercati finanziari. Sembra quasi che le guerre le faccia sempre qualcun altro e che le conseguenti forniture militari aiutino le quotazioni delle borse senza intaccare granché il prezzo di petrolio e gas. Cioè dell’inflazione e, in definitiva dei tassi d’interesse.


LA DINAMICA MACRO È IN PEGGIORAMENTO ?

Se la congiuntura geopolitica non fa che peggiorare, quanto può durare allora l’apparenza di tranquillità dei mercati finanziari ? Per cercare di dare delle risposte non avventate occorre scavare nella dinamica degli eventi fino a trovarne un possibile filo conduttore, che aiuti ad interpretarli correttamente, a partire dal prezzo del petrolio.

Nel mondo si stima che la l’offerta in termini di barili di petrolio da Febbraio ad oggi sia calata in volume in misura notevole. E che sia stata compensata inizialmente attraverso l’attingere alle riserve strategiche delle principali nazioni, e poi attraverso un calo della domanda (soprattutto da parte dei paesi più poveri) che ha compensato (ma solo parzialmente) la riduzione dell’offerta. Dunque le conseguenze della scarsità di petrolio sono state limitate.

 

IL PREZZO DEI DERIVATI DEL PETROLIO È CRESCIUTO

In realtà ci sono anche altre ragioni che spiegano la riduzione della domanda di greggio, afferenti alla capacità di trasformazione del petrolio nei suoi principali derivati, oggi decisamente ridotta a causa dei conflitti mediorientali e degli attacchi alle numerose raffinerie russe. Il crollo della capacità di raffinazione ha ridotto la domanda di petrolio e al contempo ha innalzato decisamente il prezzo dei suoi derivati.

Spesso si tende dunque a generalizzare ritenendo che il prezzo di petrolio e gas siano la leva principale che muove i prezzi di tutta la filiera industriale nonché i costi di produzione (diretta e indiretta) di energia elettrica, ma oggi non è più così: il prezzo del petrolio si è mosso poco negli ultimi tempi nonostante la chiusura oltre tutte le attese dello stretto di Ormuz, ma il prezzo della benzina, dell’urea, degli oli minerali, degli altri ammendanti e fertilizzanti e sinanco il prezzo dell’energia sono cresciuti e questo non potrà non avere effetti pratici nel tempo sul tasso d’inflazione dei prezzi al consumo.

 

LA PRODUTTIVITÀ E LE INDUSTRIE ASIATICHE HANNO CONTROBILANCIATO I RINCARI

L’inflazione però non dipende soltanto dal costo dei fattori di produzione, bensì anche dall’efficienza dei sistemi industriali e distributivi. Qualcuno dice che l’incremento della capacità industriale globale dovuta agli investimenti di “re-shoring” delle produzioni strategiche e l’utilizzo massiccio dell’iper-digitalizzazione che consegue ai nuovi sistemi di intelligenza artificiale sia stato al contempo un potente meccanismo di disinflazione dei prezzi, utile a controbilanciare la spinta all’insù dei costi delle materie prime.


Al tempo stesso, la canalizzazione a basso prezzo delle materie prime e dell’energia esportate dalla Federazione Russa verso i paesi asiatici, che prima erano vendute all’Occidente, ha consentito alle imprese localizzate in India, Cina e Sud-est asiatico di incrementare la competitività delle loro esportazioni e, di conseguenza, anche i loro volumi di vendite, contribuendo a calmierare i prezzi di molte merci. Anche se altri prezzi e in particolare quelli dei servizi sono invece cresciuti in maniera significativa.

L’INFLAZIONE REALE E QUELLA DELLE STATISTICHE

Ha inoltre giocato a calmierare i prezzi dei prodotti finiti anche il rallentamento dello sviluppo economico globale, limitando la domanda e preferendo beni più economici provenienti dai paesi emergenti. Anche la debolezza della domanda per consumi sta dunque aiutando il mondo a “digerire” gli aumenti dei costi che discendono dai rincari dei derivati del petrolio. nbsp; Non possiamo infine dimenticare che le scelte discrezionali che stanno dietro alla rilevazione delle statistiche -da sempre- sono uno strumento della politica e che pertanto queste ultime riflettono in modo non necessariamente impeccabile la realtà dei fatti.


E se l’intero Occidente ha preferito “tamponare” il messaggio d’allarme dei rincari dei prezzi questo, entro certi limiti, è qualcosa che rientra nella discrezionalità possibile, soprattutto quando si vuole misurare l’inflazione prescindendo dall’aumento dei costi energetici, che invece sono schizzati molto più in alto.

NEANCHE I TASSI SONO DAVVERO CRESCIUTI

Se vogliamo poi considerare il maggior rischio che dall’inizio della presidenza Trump negli USA viene percepito dagli operatori economici di tutto il mondo (quello che anche i tassi d’interesse possano riprendere a crescere significativamente, penalizzando le imprese minori e il costo dei debiti pubblici), occorre notare che una serie di fattori ha mantenuto elevata la liquidità globale disponibile e che dunque l’incremento di offerta di carta finanziaria abbia procurato ben pochi mal di testa ai gestori di patrimoni, con rialzi dei tassi d’interesse del tutto marginali rispetto ai timori che circolavano a inizio anno. (qui sotto il rendimento del bond decennale del tesoro americano alla data di oggi):


La questione tuttavia per la maggior parte dei gestori dei patrimoni, delle imprese industriali e dei risparmiatori, resta sempre la stessa: riusciranno i mercati finanziari a continuare a superare quasi indenni anche le nuove difficoltà geopolitiche, commerciali ed energetiche dell’economia reale? Oppure la seconda metà dell’anno ci riserva spiacevoli sorprese?

MOLTO DIPENDE DAI PROFITTI DELLE GRANDI CORPORATION

La risposta per le borse è relativamente semplice e al tempo stesso è fuorviante: le quotazioni dei listini azionari dipendono soprattutto dai profitti che le imprese quotate riescono e riusciranno a mettere a segno anche in futuro. E fino ad oggi questi ultimi sono risultati assai copiosi, se non addirittura amplificati dall’inflazione dei prezzi.


Cosa che ha indubbiamente alimentato una rincorsa dei gestori di patrimoni nei confronti degli indici di borsa ben oltre le loro aspettative iniziali (quantomeno all’inizio del conflitto Israelo-iraniano). Che prevedevano una cautela ben maggiore in caso di prolungamento dei conflitti. E invece le principali imprese quotate hanno continuato a macinare guadagni spettacolari.

LA VOLATILITÀ POTREBBE CRESCERE

Come diceva ironizzando il grande Antonio De Curtis -in arte Totò- “ogni pazienza ha il suo limite e ogni limite ha la sua pazienza”! La resilienza cioè mostrata da tutte le principali economie globali di fronte agli eventi geopolitici del 2026 non significa che la salute di queste ultime potrà sempre continuare a prescindere dalla gravita di ciò che potrebbe accadere sul fronte militare.


Gli ultimi eventi geopolitici ad esempio hanno indubbiamente alimentato l’incremento della “volatilità” dei mercati finanziari e potrebbero continuare a farlo anche nel prossimo futuro, rendendo meno chiare le tendenze di fondo, che fino ad oggi sono state tutto sommato positive.

I DEBITI PUBBLICI NON SPAVENTANO PIÙ NESSUNO

Ma la prevedibilità delle principali variabili dei mercati finanziari continua a peggiorare anche e soprattutto a causa del fatto che, dopo tutto il tempo in cui i listini delle borse sono mediamente cresciuti di valore toccando nuovi massimi e dopo tutte le volte che i mercati obbligazionari hanno oscillato ma alla fine hanno sempre assorbito la maggior offerta di carta finanziaria, oggi i principali operatori dei mercati finanziari potrebbero decidere che la misura è colma. E potrebbero prendersi una bella pausa estiva. Il cosiddetto “profit taking”.


Anche questo potrebbe avere due diversi possibili esiti: limitarsi ad alimentare la volatilità dei corsi oppure determinare una vera e propria svolta nella direzione dei mercati finanziari. La differenza è sostanziale: sino ad oggi gli spaventi sono sempre stati riassorbiti dai profitti attuali e dalle grandi attese di profitti futuri, determinando la rincorsa all’investimento azionario da parte dei molti investitori che hanno preferito restare liquidi.

UN GRANDE CROLLO DELLE BORSE APPARE OGGI PIÙ IMPROBABILE

Ma occorre anche considerare che i mercati azionari sono divenuti sempre più “sistemici” per l’economia globale perché sostengono ricchezza, consumi e pensioni di una quota crescente della popolazione. L’effetto ricchezza dei privati più abbienti è diventato un motore importante della crescita economica globale (persino in Cina) e questo limita la possibilità che si verifichi un grave crollo dei listini azionari, di quelli che avrebbero impatti macroeconomici significativi, senza che intervengano per tempo le banche centrali in soccorso, ma anche le autorità di vigilanza e i grandi fondi hedge.


La previsione che ne consegue è dunque che la probabilità di nuove crisi dei mercati finanziari sia sempre più bassa, soprattutto adesso che buona parte del valore totale dei mercati finanziari globali è incardinata sulle piazze finanziarie anglosassoni e che queste ultime sono molto impegnate a sostenere gli investimenti in settori strategici come l’intelligenza artificiale, i computer quantistici, la creazione di nuovi “data center” e lo sviluppo di microchip sempre più evoluti.

È possibile che si spieghi anche così il grande successo di sottoscrittori che stanno trovando le nuove grandi “matricole” che si affacciano alla borsa di Wall Street negli ultimi tempi. I grandi gestori dei patrimoni hanno fatto “sistema” determinando il successo delle nuove IPO.


LE BORSE “ANCILLARI”

A sostegno dell’altrettanto buona salute delle altre borse e in particolare di quelle europee, possono invece valere almeno un paio di considerazioni: nbsp; Le buone performances dipendono anche dall’ottimismo che deriva dai mercati finanziari americani nbsp; I moltiplicatori di valore delle imprese quotate in queste piazze restano fortemente a sconto rispetto a quelli d’oltre oceano, alimentando in tal modo un interesse alla diversificazione degli investimenti.

Ma ciò significa soltanto che il divario fra le valutazioni aziendali di qua e di là dell’oceano Atlantico sia necesariamente destinato a restare, se non addirittura a crescere, dato il contesto meno favorevole al di fuori dell’America. E che l’andamento delle borse nostrane continuerà a restare fortemente dipendente dagli umori di quelle americane.


LE ASPETTATIVE PERÒ POTREBBERO PEGGIORARE

E oggi quegli umori potrebbero essere arrivati a segnare il passo, soprattutto se non proseguiranno i giganteschi investimenti tecnologici e se le attese di profitti stratosferici dei grandi attori che girano intorno all’intelligenza artificiale dovessero iniziare a ridimensionarsi, tanto a causa del maggior costo dell’energia quanto perché la domanda potrebbe non crescere quanto si spera.

Non è una previsione, bensì piuttosto una constatazione: ogni ondata di entusiasmo per l’umanità incontra a un certo punto una flessione. Fisiologica da un lato, e dall’altro dovuta all’alternanza dell’entusiasmo con il realismo. Ma è proprio quando il sole splende più alto all’orizzonte che bisogna prepararsi per la pioggia. Senza la quale si inaridirebbe tutto. (di seguito l’indice CAPE di Shiller che evidenzia l’eccesso delle valutazioni aziendali attuali, seconde soltanto a quelle della bolla delle DOT.COM)


Stefano di Tommaso




I TASSI NON CRESCONO PIÙ ?

L’economia occidentale è è probabilmente più debole di quanto leggiamo dai dati ufficiali ma questo fatto, lungi dallo spaventare gli investitori, sembra un’ottima notizia per i mercati finanziari! La pace “forzosa” medio-orientale ha prodotto un calo clamoroso del prezzo del petrolio, tornato praticamente ai livelli precedenti la guerra (come si può vedere nel grafico qui sotto riportato) e questo aiuta parecchio l’ottimismo dei mercati finanziari, che si estende all’inflazione dei prezzi e, di conseguenza, alle aspettative relative ai tassi d’interesse, che fino a ieri erano invece oggetto di (motivato) allarme generale. Tutto bene dunque? Forse sì, se la geopolitica però non guasterà la festa…


Oggi i rendimenti a medio e lungo termine sul mercato dei titoli a reddito fisso hanno registrato un’inversione e si inizia a sperare che, accanto alla riduzione della crescita economica e dell’inflazione dei prezzi, anche i tassi d’interesse a breve possano sperare di virare verso il basso (si veda il grafico relativo ai titoli di stato americani più diffusi: i T-Bond a 10 anni:


Che il ciclo economico globale stia esaurendosi è tesi che circola da anni, soprattutto in America, che non ha sofferto dei problemi di approvvigionamento energetico dell’Europa e ha beneficiato più di tutti della nuova locomotiva della crescita: l’iperdigitalizzazione legata all’adozione dell’intelligenza artificiale. Ora però il tasso di occupazione americana accenna a diminuire e storicamente questo è successo prima di alcune recessioni. L’economia americana tuttavia non è trainata soltanto dall’AI, bensì anche dalle esportazioni di gas e petrolio, dalla massiccia fornitura al resto del mondo di armamenti e tecnologie per la difesa e anche dalla spesa pubblica fuori controllo che ha indubbiamente favorito sviluppo e occupazione. È sostenibile tutto ciò nel prossimo futuro? Probabilmente si, ma non nella misura attuale.


A quanto sembra poi la misura dell’inflazione probabilmente verrà “ridefinita” al ribasso sotto l’impulso di Kevin Warsh, il nuovo governatore della banca centrale americana: la Federal Reserve Bank of America. Lo scopo di quest’ultimo sarebbe senza dubbio quello di giustificare un taglio dei tassi d’interesse. Se ciò accadrà, i titoli a reddito fisso potrebbero rivelarsi una buona allocazione del risparmio per i prossimi mesi, dal momento che le quotazioni dei listini azionari sono spesso alle stelle e le aspettative sui profitti aziendali potrebbero anche venire riviste verso la fine dell’anno.


Nessuno inoltre crede che potrà durare in eterno l’attuale forza valutaria del Dollaro americano, che sta aiutando gli USA a contenere i danni derivanti dal rincaro di commodities, energia e materie prime in generale, ma per il momento la tendenza è nettissima: il Dollaro resta l’unica riserva di valore alternativa all’oro.


È sì probabile che da qui a fine 2026 il biglietto verde possa ridimensionarsi, magari in concomitanza di una riduzione conclamata dell’inflazione, ma soltanto qualora le tensioni geopolitiche si attenuino e il prezzo del petrolio resti stabilmente a livelli accettabili. Cosa al momento tutta da verificare (di qui il punto interrogativo accanto al titolo di questo articolo).


Tutto questo tuttavia potrebbe essere una buona notizia per i mercati finanziari, dal momento che un rallentamento dello sviluppo aiuterebbe sensibilmente la lotta all’inflazione e potrebbe permettere il ribasso dei tassi d’interesse. Nel migliore dei casi potrebbe addirittura stimolare le banche centrali occidentali ad immettere nuova liquidità sui mercati, corroborando ulteriormente i mercati finanziari.


Insomma la contrapposizione tra l’economia reale e quella di carte (borsa e finanza) non potrebbe essere più netta! Ovviamente ciò potrebbe accadere solo qualora non scenda soltanto l’inflazione “ricalcolata” secondo i nuovi parametri, ma anche quella percepita dalle aspettative degli operatori economici, aiutando in tal modo a far scendere i rendimenti dei titoli a reddito fisso di lungo termine e a far risalire la fiducia degli investitori. Le nuove tecnologie infatti richiedono ingenti investimenti con ritorni lunghi nel tempo e tanta energia per alimentare sistemi di calcolo sempre più complessi. Un minor costo del denaro e, magari, del petrolio, spingerebbe al ribasso questi costi e permetterebbe a molti più operatori di abbracciare le nuove sfide, cosa che a sua volta aiuterebbe a proiettare buoni profitti anche nel futuro.

CRESCITA ANNUA DEI PAESI OCSE (IN NERO) E EMERGENTI (IN AZZURRO)

Si torna perciò a parlare di “soft landing” (atterraggio morbido) e, se anche il prezzo dell’energia dovesse ridursi, alloranbsp; potrebbe giovarne particolarmente il vecchio continente, che è costretto ad importare grandi quantità di petrolio e gas. Ma la vera sfida è riuscire a migliorare la percezione degli investitori circa le prospettive di medio termine, dopo le cospicue tensioni della prima metà dell’anno. Le aspettative di mercato (il cosiddetto “sentiment”) potrebbero tendere ad autorealizzarsi, migliorando le prospettive per le quotazioni dei metalli preziosi e dell’oro che, come si può leggere dal grafico qui sotto, accenna timidamente a rialzare la testa:


Migliorano di riflesso, anche le valutazioni immobiliari, le criptovalute (si veda il grafico relativo al Bitcoin, in rialzo negli ultimi giorni), i consumi cospicui e la liquidità che i risparmiatori potrebbero rivolgere alle start-up innovative e alle matricole di borsa. Viceversa, qualora la partita geopolitica medio-orientale dovesse riaprirsi (e purtroppo il rischio resta elevato) un eventuale rialzo del petrolio potrebbe riaprire rapidamente il dibattito sull’inflazione e su nuovi rialzi dei tassi, invertendo il sentiment.


Oltre oceano c’è tuttavia un qual certo ottimismo e, per taluni versi, l’indebolimento della crescita economica si sta già verificando mentre la liquidità sui mercati non manca di certo. Stiamo perciò assistendo ad un ritorno delle matricole in Borsa e in particolare al grande successo delle prime nuove grandissime “Offerte Pubbliche Iniziali” (IPO) come quella di SpaceX e quella di Bending Spoons, con il debutto imminente anche di OpenAI e Anthropic. IPO che, con le loro colossali dimensioni, stanno letteralmente cambiando i connotati del panorama complessivo di Wall Street (dove ogni cosa accade prima che nel resto del mondo). Ecco il grafico relativo all’indice principale di Wall Street, che ancora una volta si mostra orientato al rialzo:


Ragione di ottimismo dunque sembrano essercene e anche in Europa, dove al posto delle multinazionali tecnologiche abbiamo dei piccoli campioni delle banche, della finanza e delle assicurazioni.


Nonostante quel piccolo rialzo dei tassi della Banca Centrale Europea (BCE) la sensazione è che i mercati rimangano piuttosto compiacenti (si veda qui sopra l’indice delle principali 50 imprese quotate europee, giunte a nuovi record) e che i rendimenti obbligazionari possano addirittura tornare a scendere. La ridottissima volatilità di Wall Street negli ultimi mesi d’altronde conferma questo ottimismo generalizzato.

Stefano di Tommaso




LE BORSE RESTANO OTTIMISTE…

I mercati borsistici, dopo l’esultanza per la (teorica) fine della Guerra contro l’Iran, dalla settimana scorsa sembrano essere entrati in una fase di “rotazione selettiva”: le grandi multinazionali la cui fortuna è legata all’intelligenza artificiale (Apple, Nvidia, Google, Amazon, Meta, Tesla) hanno ceduto un po’ di terreno (i sette titoli tech dominanti hanno perso il 12,9% dal picco del 26 maggio e sono in calo del 6,6% da inizio anno) :


Ma altri comparti delle borse invece reggono o addirittura salgono. In particolare il settore dei trasporti mostra segnali di miglioramento, confermando solidità nell’economia reale dell’intero Occidente e della sua locomotiva naturale: l’America. Il suo predominio economico e finanziario ha peraltro basi solide e gli USA restano al centro della scena finanziaria globale. Sì veda ad esempio il recente record USA di transazioni nelle fusioni e acquisizioni:


Nonostante cioè i timori legati ai dazi commerciali dell’amministrazione Trump, al debito pubblico fuori controllo e alle diffuse tensioni geopolitiche da essi stessi generate, gli Stati Uniti continuano ad attrarre capitali esteri e il dollaro mantiene saldamente il proprio ruolo di principale valuta di riserva mondiale, come mostrato dal Dollar Index, tornato a livelli che non si vedevano dal Maggio 2025:


L’unico segnale contrastante riguarda un leggero calo della quota del dollaro nelle riserve ufficiali delle banche centrali (dal 60% al 57%), ma occorre precisare che tale riduzione non ha favorito l’euro o lo yuan cinese, cioè delle valute potenzialmente alternative. Quel 3% è stato assorbito da un insieme di valute minori. Dunque ancora una volta non esiste oggi un vero sostituto del dollaro per la finanza internazionale.

Prova ne è che nei dodici mesi fino ad aprile 2026 gli investitori stranieri hanno acquistato oltre 1.400 miliardi di dollari di attività finanziarie statunitensi, che il mercato azionario americano rappresenta ancora circa la metà della capitalizzazione azionaria mondiale e che gli utili delle società quotate a Wall Street restano particolarmente solidi: l’88% delle stesse esprime fiducia sulla crescita dei loro profitti futuri.


Dunque, sebbene le valutazioni del settore tecnologico appaiano ancora troppo generose, il quadro complessivo dei mercati finanziari resta ancora una volta costruttivo. La tecnologia tuttavia pesa moltissimo sull’indice principale di Wall Street, lo Standard & Poor 500, che ha subìto un calo nel mese di Giugno.


La sensazione di conseguenza è che si tratti di una rotazione settoriale più che di una correzione generale delle borse perché gli investitori mostrano segnali di stanchezza verso il tema dell’intelligenza artificiale e mostrano più interesse nei confronti delle società più piccole, come quelle ricomprese nell’indice Russell 2000 di Wall Street:


E le ragioni per tale stanchezza non mancano: i massicci investimenti necessari alle infrastrutture programmate generano dubbi sulla possibilità che vengano recuperati, sorgono inoltre timori sulla possibilità che alcune forniture cinesi possano offrire alternative più economiche ai sistemi computazionali americani anche se il settore dei semiconduttori continua a salire, alimentando incertezze sull’esuberanza degli investitori, mossa principalmente dalla grande liquidità in circolazione.

composite measure of worldwide central-bank liquidity and money supply, aggregated into a single line and denominated in US dollars trillions

I ripensamenti degli investitori sulla tecnologia sembrano perciò più una pausa di riflessione che non un vero e proprio giro di boa: l’AI come tutti i cicli prima o poi si esaurirà ma non sembra aver esaurito la sua dinamica ascendente. Piuttosto sarà possibile che inizi adesso una fase selettiva, dove alcuni operatori saranno premiati per le innovazioni, l’efficienza energetica e le applicazioni pratiche, mentre altri potrebbero passare un po’ di moda.

La liquidità in eccesso tuttavia alimenta un’inflazione dei prezzi che oramai non è più chiaramente soltanto un fenomeno temporaneo conseguente all’ennesima guerra del Golfo, bensì assomiglia sempre più a un’erosione permanente e progressiva del valore delle principali divise di conto valutario. Al di là delle statistiche ufficiali il fatto è che negli USA (dove i calcoli al riguardo sono più accurati e più diffusi) i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di circa 38% tra il 2020 e il 2026, il che significa in media quasi il 6% all’anno per 6 anni e secondo un’altra fonte tra il 2019 e il 2025 (sempre in 6 anni cioè) il costo complessivo della proprietà immobiliare è aumentato di quasi 40% (quasi il 7% annuo).


Il rischio dunque è che la spirale dei prezzi alimentari e dell’energia possa determinare una forte dinamica dei salari reali, a sua volta capace di innalzare il rischio di nuove impennate dell’indice inflazionistico. Mercoledì prossimo arriverà la stima preliminare dell’inflazione dell’Eurozona, importante comprendere se il recente rallentamento dei prezzi stia proseguendo, con evidenti implicazioni per la politica monetaria della Banca Centrale Europea. Durante la settimana poi si svolgerà il forum annuale della BCE a Sintra, dove interverranno numerosi governatori di banche centrali e da cui potrebbero emergere indicazioni più precise.


Anche per questo motivo, nonostante il prezzo del petrolio sia quasi tornato ai livelli precedenti, l’inflazione relativa ai prezzi energetici invece non accenna ancora a calare e i tassi d’interesse a lungo termine non registrano grandi discese:


e le criptovalute continuano corrispondentemente a perdere terreno:


Morale: un raffreddamento della crescita economica che potrebbe riportare al ribasso le aspettative di inflazione e i tassi d’interesse ancora non si vede all’orizzonte. Nei prossimi giorni una schiarita potrebbe arrivare dalle statistiche relative al mercato del lavoro, apparentemente ancora in crescita. Se invece mostrerà segni di cedimento allora potremo assistere a nuova euforia, tanto in borsa quanto relativamente a oro e criptovalute. Nel frattempo si naviga a vista: potremmo osservare ancora molta volatilità così come si è vista in tutto il mese di Giugno:


Il tutto però in un contesto costruttivo, di crescita economica, di abbondante liquidità e di inflazione dei prezzi elevata rispetto agli obiettivi delle banche centrali ma non fuori controllo. Se queste ultime perciò non si metteranno a guastare la festa, le borse potrebbero restare toniche anche perché i profitti aziendali potrebbero continuare a correre. Se invece arriverà una doccia fredda dalle autorità monetarie allora la crescita economica potrebbe interrompersi ma lo scenario che ne conseguirebbe non sarebbe migliore di quello attuale. Staremo a vedere.

Stefano di Tommaso




I TASSI NON CALANO: HA RAGIONE WARSH?

Il “dividendo politico” degli accordi di pace in Medio Oriente sembra sfuggire di mano a Donald Trump anche perché più che una pace fatta sembra per il momento una pia speranza a fronte di un deciso dietrofront americano. Eppure le borse hanno avuto momenti di grande entusiasmo, mentre i tassi d’interesse non accennano a flettere dopo le impennate degli ultimi tempi. La ragione potrebbe risiedere nella scarsa fiducia degli investitori in titoli a reddito fisso ma anche la necessità di una Federal Reserve Bank of America (la banca centrale USA, detta FED) di far recuperare terreno al Dollaro e alla fiducia degli investitori stranieri, vitali per assicurarsi di poter continuare collocare in grande quantità i “Treasuries” a stelle e strisce.

LA PREOCCUPAZIONE PER LA DISPONIBILITÀ DI PETROLIO NON È SVANITA

Il recente accordo con l’Iran ha invertito il legame quasi automatico tra tensioni geopolitiche, prezzi del petrolio, aspettative d’inflazione e mercati obbligazionari. Solo le borse hanno reagito con entusiasmo alla sottoscrizione degli accordi USA-Iran, che in realtà sembrano più una resa incondizionata da parte di Washington. In precedenza ogni dichiarazione di Trump riguardo a una tregua con l’Iran generava effetti positivi sui mercati finanziari. Ora che lo Stretto di Hormuz è stato riaperto e il rischio di carenza di petrolio si è dissolto, il mercato del reddito fisso è passato dalla paura di prezzi elevati del petrolio alla preoccupazione di un possibile surplus di offerta (che invece probabilmente non ci sarà perché occorre ricostituire le riserve strategiche prosciugate con la chiusura di Ormuz).


La cosa positiva è che con il calo del petrolio a 70-80 dollari al barile le aspettative di inflazione espresse dal mercato dei derivati finanziari sono subito diminuite, lasciando sperare che ciò possa spingere le banche centrali a lasciare aperti i rubinetti della liquidità.


LE ASPETTATIVE DI MINOR INFLAZIONE NON FANNO SCENDERE I TASSI

Il rovescio della medaglia è che il mercato dei titoli a reddito fisso non ha allentato la sua tensione e i rendimenti non sono scesi altrettanto. Una possibile ragione è che il mercato ha smesso di concentrarsi principalmente sull’inflazione e ha iniziato a concentrarsi sulla politica monetaria della Federal Reserve. L’altra però risiede sicuramente nella straordinaria offerta di titoli da parte di quasi tutte le nazioni occidentali, che spinge al ribasso i prezzi dei titoli esistenti e crea una corrispondente pressione al rialzo dei rendimenti.


LE BANCHE CENTRALI NON ALLARGANO I CORDONI

La banca centrale delle banche centrali (la Federal Reserve Bank of America detta FED) però non cambierà presto atteggiamento, dal momento che l’economia americana resta in crescita e l’inflazione potrebbe essere ancora persistente. La cosa si spiega con la necessità di evitare: nbsp; un surriscaldamento delle borse e dei mercati finanziari, il ribasso del dollaro americano il rialzo del prezzo dei beni rifugio (come l’oro e le criptovalute).

Per questi motivi la FED resta cauta e non vuole far scoprire troppo presto le proprie intenzioni.


Dunque il calo del petrolio e delle aspettative di inflazione avrebbe potuto favorire i titoli di stato americani e invece non lo ha quasi fatto. Ciò penalizza le fortune politiche del presidente Trump nonché i conti del Tesoro di tutti i paesi occidentali e mostra i due volti della comunità finanziaria:

  1. gli investitori in titoli azionari vedono il presidente americano come un leader che tende a fare marcia indietro tutte l volte che le conseguenze delle sue decisioni diventano troppo costose (e quindi festeggiano gli accordi di pace),
  2. gli investitori in titoli obbligazionari invece non si fidano delle istituzioni americane, dell’indipendenza della Federal Reserve, della sostenibilità del debito pubblico e, ovviamente, della politica di Israele che può far riaccendere il conflitto da un momento all’altro.

IL “BUY THE DIP” FUNZIONA SEMPRE

Dopo mesi di incertezza dovuta alla nuova guerra in Medio Oriente le borse valori hanno perciò individuato uno schema: quando Trump inizia a ritirarsi da una politica aggressiva che crea problemi ai mercati, allora è il momento di acquistare azioni . Lo stesso era successo quando aveva ridotto i dazi alle importazioni. La strategia “buy the dip” funziona: fino ad oggi chi ha acquistato durante i momenti di panico è sempre stato premiato.

I tassi d’interesse conseguenti allo scontro con l’Iran nel Golfo invece non sono tornati a ridursi significativamente con gli accordi di pace. Grandi investitori come fondi pensione, compagnie assicurative, banche centrali e fondi sovrani stanno ancora riducendo l’esposizione al rischio politico associato agli Stati Uniti, in passato considerato pari a zero.


IL DOLLARO DEVE FAR RITROVARE FIDUCIA AGLI INVESTITORI

Un altro tema importante riguarda il debito pubblico del resto del mondo: gli investitori del Medio Oriente e dell’Asia che tradizionalmente compravano titoli di stato americani oggi acquistano più debito europeo e canadese, oro e riserve di materie prime perché temono di vedere “congelati” quei fondi a seguito di potenziali future scaramucce.

Anche per questo motivo la FED non è diventata subito “colomba”: le occorre prima rafforzare il cambio del dollaro americano e ristabilire aspettative positive sul sistema finanziario USA, soprattutto circa la sostenibilità dei debiti pubblici. Al tempo stesso però le fa gioco tenere elevata la liquidità in circolazione: una borsa tonica e liquida attira gli investitori internazionali.

MA LE BORSE POTREBBERO PROSEGUIRE LA CORSA, SOPRATTUTTO MILANO

Quel che ne discende è tutto sommato un quadro di traslazione laterale in cui le borse potranno subìre delle correzioni ma restano in un trend rialzista e i tassi d’interesse non scendono ma, auspicabilmente, potrebbero aver finito di salire. Speculazioni di breve periodo a parte, gli auspici restano mediamente positivi. Anche per la nostra Borsa!


Stefano di Tommaso