IL “SUPERCICLO” DELLE COMMODITIES

I mercati azionari non arrestano la loro crescita, nonostante anche i rendimenti attesi dai titoli a reddito fisso crescano decisamente in tutto il mondo salvo la Cina, entrambi (azioni e rendimenti obbligazionari) sostenuti da aspettative positive circa l’espansione economica globale, oltre che dalle attese di rialzo dell’inflazione. Tutta la zona Euro + Regno Unito resta tuttavia indietro per vari motivi. Anche per questo motivo il Dollaro americano resta relativamente forte, nonostante la tendenza al rialzo del prezzo delle materie prime e del petrolio. Il quadro globale resta perciò piuttosto positivo, soprattutto nel breve termine, ma dietro un’apparente calma si prepara una grande trasformazione.

I FATTORI DI CAMBIAMENTO STRUTTURALE
La nuova configurazione geopolitica dell’economia mondiale, le nuove tecnologie basate sull’era dell’intelligenza artificiale, del quantum computing e sullo sviluppo della “space economy” sono di per sè degli importanti fattori di cambiamento per l’economia, ma soprattutto stanno modificando il precedente regime di abbondanza delle risorse, di globalizzazione industriale e commerciale alla ricerca della migliore efficienza di costo, verso uno di scarsità (soprattutto energetica), di necessità di sicurezza e capacità di resilienza.
Il mondo sta cioè vivendo in sordina una fase di grande transizione -per certi versi drammatica- con conseguenze inflazionistiche e di possibile moltiplicazione dei conflitti geopolitici, che porta in primo piano la lotta per l’accesso ai capitali privati, alle commodities, alle fonti di energia e alle competenze tecnologiche. Le possibili conseguenze future di tale transizione per i mercati finanziari non sono perciò banali.
IN COSA CONSISTE IL SUPERCICLO DELLE COMMODITIES
Quella che sembra descrivere meglio la congiuntura attuale è la tesi del “superciclo delle commodities”, che parte dalla constatazione che il mondo sta entrando in una fase di inflazione strutturalmente più elevata, a causa non tanto dalla domanda ciclica per consumi e investimenti quanto dalla lotta per accaparrarsi le materie prime strategiche e i capitali per i grandi investimenti necessari a realizzare le nuove catene produttive e distributive.

Tutto sembra discendere dalla fine della globalizzazione così come la conoscevamo fino a ieri, organizzata per minimizzare i costi delle filiere industriali ma non per massimizzare la resilienza agli shock geopolitici o la sicurezza nell’approvvigionamento dei fattori essenziali di produzione (materie prime, energia, tecnologia, forza lavoro qualificata e risorse alimentari) quando questi dovessero divenire scarsi. E oggi la prevalenza della loro domanda sull’offerta li sta facendo scarseggiare strutturalmente.
COSA COMPORTA LA TRANSIZIONE IN CORSO
Per le maggiori economie globali la transizione in corso significa infatti :
- il “reshoring” (o “nearshoring”) industriale, cioè il ritorno delle fabbriche strategiche entro i confini nazionali o zone molto prossime,
- l’importanza degli accordi strategici con partner affidabili nel lungo periodo,
- il maggior peso di governi e organi di sicurezza nazionale nelle attività economiche di ciascun Paese,
- la crescente importanza delle grandi infrastrutture a supporto delle nuove esigenze climatiche, di telecomunicazioni, di produzione e distribuzione dell’energia (ad esempio le reti elettriche intelligenti),
- la cruciale rilevanza dell’accesso a grandi risorse naturali.

Questa transizione ha un’inevitabile conseguenza inflazionistica e spiega molto bene il rialzo strutturale dei tassi d’interesse (che per alcuni osservatori è soltanto appena agli inizi), nonché la lotta per assicurarsi l’accesso alle grandi risorse naturali e la ragione per la quale il mondo si incammina verso un incremento globale delle spese militari, per l’intensificazione delle strutture di sorveglianza e intelligence, e la maggior competizione per attrarre capitali, tecnologie e risorse umane qualificate.

LA FINANZA E LE BLUE CHIP TORNANO PROTAGONISTI
In questo scenario le banche, le assicurazioni e le altre grandi istituzioni finanziarie stanno tornando peraltro ad avere un ruolo centrale per supportare le nuove infrastrutture, alimentare gli investimenti per la ricerca, la transizione energetica, l’accesso alle risorse idriche e alimentari, per le nuove industrie di trasformazione e per la progettazione e fabbricazione di armamenti.
Così come tornano ad essere preferite le grandi aziende (rispetto a quelle più piccole) capaci di generare importanti flussi di cassa. In un mondo instabile, inflazionario e che necessita grandi innovazioni tecnologiche infatti, la liquidità in circolazione che fino ad oggi è sempre cresciuta, potrebbe iniziare a ridursi e la generazione di cassa delle singole aziende tornerebbe a venire fortemente privilegiata nelle scelte degli investitori.

Tornano inoltre ad essere di interesse le imprese localizzate nei paesi emergenti che presentano caratteristiche privilegiate nell’accesso alle risorse naturali e alle masse di forza lavoro a basso costo, mentre diventano meno interessanti le imprese tradizionali, quelle localizzate nei paesi a più arretrata industrializzazione e con maggiore difficoltà nell’accesso a risorse naturali e a manodopera e a basso costo.
LE IMPLICAZIONI PROFONDE
La tesi del “superciclo delle commodities” va tuttavia assai oltre la semplice previsione che i prezzi di queste ultime possano rialzarsi. Indica l’ipotesi che la domanda mondiale di risorse naturali e materie prime possa crescere per un lungo periodo ben più rapidamente della loro offerta, determinando tensioni, sommovimenti e modificazioni negli assetti industriali nonché maggiori esigenze finanziarie.
Da cosa deriva questa tendenza di lungo termine? Innanzitutto dal fatto che dopo anni di sottovalutazione delle commodities sono stati rinviati i relativi investimenti in estrazione, raccolta, trasformazione e distribuzione. Oggi -anche correndo velocemente ai ripari- si comprende che ci vorranno molti anni per coprire il gap di offerta e quindi i prezzi oscillano in modo più significativo. Coprire il gap di offerta significa inoltre investire maggiormente, e quindi determinare una maggior domanda di capitali di rischio e una miglior remunerazione per questi ultimi.
LE RAGIONI DEL SUPERCICLO
Ma ciò che cambia maggiormente è la loro domanda: la combinazione delle emergenze climatiche (di per sé inflazionistiche) e la nuova stagione tecnologica basata sull’iperdigitalizzazione, l’iperconnettività e l’intelligenza artificiale genera molta più esigenza che in precedenza di materie prime per la generazione di energia, impianti e infrastrutture di trasporto diverse da quelle tradizionali, notoriamente molto inquinanti. Al tempo stesso l’esplosione dei consumi derivanti dal maggior benessere di numerosi paesi emergenti incrementa la competizione per accaparrarsi alimenti, energia e materie prime. E come se non bastasse l’incremento verticale delle esigenze relative alla macchina militare di ciascuna nazione sta moltiplicando la domanda di risorse naturali ben oltre i livelli precedenti.

La combinazione di queste dinamiche lascia supporre una situazione di deficit strutturale dell’offerta di commodities che può durare decenni e generare un lungo periodo di inflazione dei prezzi e scarsità di risorse finanziarie. Questi fattori potrebbero rilanciare il livello “normale” dei tassi d’interesse reali, che in passato sono stati vicini allo zero o anche leggermente al di sotto, e che invece in futuro potrebbero crescere significativamente.
QUALI PREVISIONI ?
Non è però facile elaborare delle previsioni in conseguenza di questo scenario (che peraltro non è certo). L’unica cosa davvero probabile saranno i rialzi nei rendimenti richiesti dagli investitori per sottoscrivere i titoli a reddito fisso. Cosa che potrebbe far pensare ad una riduzione strutturale delle valutazioni d’azienda ma con l’accortezza di considerare le imprese alla stregua di “beni reali” che di conseguenza alle spinte inflattive potrebbero subire una rivalutazione spontanea. In realtà il “superciclo” è sospinto proprio dall’ottimo stato di salute dell’economia globale, che fino ad oggi si è tradotto in grassi profitti per le grandi aziende.
Dal punto di vista dell’impatto di queste dinamiche sul livello dei listini azionari è probabile ci sarà una rotazione degli investimenti e una variazione dei parametri di valutazione delle aziende. Nonostante non sia mai facile esprimere previsioni, è probabile un ritorno all’attenzione nei confronti dell’industria pesante, di una rivalutazione di quella di trasformazione e un’ulteriore esaltazione della produzione di semilavorati strategici (quali i semiconduttori) che, per loro natura, potrebbero essere assimilati alle materie strategiche.
Chi potrebbe farne le spese potrebbero essere le supervalutazioni che oggi il mercato finanziario riserva alle imprese super-tecnologiche, ma con l’ovvia eccezione di quelle che presentano maggiori probabilità di crescita della generazione di cassa o che potranno controllare alcuni snodi strategici dell’economia. Dunque sarebbe troppo facile dedurne considerazioni pessimistiche generali.

La crescita dei rendimenti nominali (ma anche reali) potrebbe inoltre determinare una maggior volatilità dei mercati a causa delle tensioni che potranno generarsi, ad esempio nei confronti delle nazioni con una maggiore dipendenza strategica da risorse naturali o finanziarie esterne. Anche sotto il profilo geopolitico è possibile ipotizzare una tendenziale maggiore instabilità nel medio termine, e dunque maggior imprevedibilità degli assetti. Con conseguenze difficilmente prevedibili oggi per i mercati finanziari.
Stefano di Tommaso





























