LA GEOPOLITICA INFLUENZA I MERCATI

Dopo i massimi storici toccati dalle borse nel corso di Gennaio sembrava quasi che la tendenza positiva dei mercati finanziari potesse andare avanti in grande tranquillità, ma nell’ultima settimana una serie di scossoni -apparentemente legati alla minaccia di nuovi dazi doganali da parte del presidente americano- hanno nuovamente movimentato lo scenario e agitato i listini delle borse. Allora tutti gli analisti sono tornati a porsi domande alle quali è difficile dare risposte, tranne che per una, sulla quale tutti concordano: c’è un’importante transizione in corso, che riguarda i rapporti di forza tra nazioni e blocchi contrapposti, la quale evidentemente non può non avere conseguenze sull’economia e sulle quotazioni.

UN NUOVO ORDINE MONDIALE
Con l’avvio della seconda presidenza Trump negli USA e ancor più con il primo World Economic Forum di Davos presieduto da Larry Fink (il grande capo di BlackRock, uno dei più grandi investitori professionali globali), a molti è apparso chiaro che l’ordine mondiale della geopolitica (e anche della finanza) non era più quello di prima. Ed è apparso altrettanto evidente che quello nuovo non si delinea ancora nettamente. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Fredda il sistema di potere era basato su due poli d’attrazione: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica oltre a un certo numero di Stati che venivano classificati come “non allineati”.

In questo sistema il Dollaro Americano la faceva da padrone come divisa di scambio di quasi tutte le materie prime e la quasi totalità delle attività finanziarie liquide era quotata presso i mercati finanziari anglosassoni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica si era inoltre propagata un’ondata di globalizzazione di natura economica e finanziaria senza apparenti vincoli geopolitici che negli ultimi anni però sembra essersi interrotta.

Ora si cerca di comprendere di quale natura sia il nuovo equilibrio, basato cioè su una moltiplicazione dei centri di potere economici e militari globali: Stati Uniti d’America, Cina, Giappone, India, Unione Europea, eccetera, ciascuna con la propria sfera d’influenza, i propri rapporti privilegiati, le proprie fonti di approvvigionamento delle materie prime, le proprie ramificazioni industriali in vari paesi emergenti, le proprie basi logistiche e le proprie vie di trasporto, spesso in conflitto d’interessi tra loro. In questa nuova situazione appare evidente che l’utilizzo del Dollaro Americano quale divisa “sicura” per qualsiasi transazione non ha più senso storico, nonostante il fatto che in molti casi ciò avvenga ancora per trascinamento.
LA RISCOSSA DEI BRICS
Oggi i Paesi BRICS (cioè inizialmente Brasile Russia India Cina e Sud Africa, ma dal 1/1/2024 anche Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Iran, oltre a quelli che sono definiti “Partner”: cioè Turchia (caso unico essendo membro NATO), Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam, Cuba, Bolivia, Bielorussia, Algeria e Nigeria (con i quali si è formato un aggregato definito ”BRICS+”). Essi hanno unito le forze per creare istituzioni sovranazionali e i soli BRICS rappresentano già il 45% della popolazione mondiale e una sommatoria dei Prodotti Interni Lordi che supera quella dei Paesi del G7.

Il passaggio obbligato successivo è stato quello di deviare rispetto alla detenzione di riserve in Dollari da parte delle loro Banche Centrali, privilegiando in particolare l’Oro, le cui quotazioni sono ascese recentemente a quasi 5000 Dollari l’oncia.

E’ ancora illusione degli americani quella di mantenere una forte attrazione sulla Cina a ragione del grande interscambio commerciale tra le due nazioni, ma, comunque vada, il nuovo assetto geopolitico tende a penalizzare fortemente l’Europa, dal momento che essa rimane legata alla NATO e al gruppo dei Paesi più industrializzati (i 38 Paesi OCSE).

La creazione di un polo geo-politico diverso e alternativo alla NATO è tuttavia ineluttabilmente in corso ed è un processo lento e doloroso, che sta creando nuovi attriti, nuovi flussi commerciali e di capitale, nuovi tentativi di ripristinare lo status quo ante. Molti sono stati ad esempio i tentativi di sovvertire i governi dei Paesi che stanno aderendo al nuovo polo di attrazione, così come molti Paesi sono recentemente stati caldamente invitati ad entrare nella NATO, che da vecchia alleanza dei Paesi delle due sponde dell’Atlantico, continua ad espandersi verso Oriente.
I TASSI D’INTERESSE A LUNGO TERMINE POTREBBERO CRESCERE
La principale questione che si pone è pertanto se, con il profondo cambiamento in corso e dopo un’avventura disastrosa dei Paesi NATO come la guerra d’Ucraina, il baricentro degli investimenti potrà restare americano, che oggi attrae ancora oltre il 70% dei risparmi globali. Anche per questo motivo l’oro sta riprendendo il suo vecchio ruolo di valuta di riserva globale. Ma l’escalation delle quotazioni di oro e altri metalli preziosi, come pure la crisi dell’importantissimo mercato finanziario giapponese, pongono numerosi altri interrogativi, primo fra tutti la possibilità di proseguire nell’intento rifinanziamento dell’ingente (e crescente) debito pubblico americano senza aumentare i rendimenti dei titoli pubblici, cioè i tassi d’interesse a lungo termine, nonché per quanto tempo ancora il prezzo delle materie prime, dell’energia e delle risorse naturali in generale potrà riuscire a restare basso, senza incrementare cioè l’inflazione.

I dati macroeconomici fondamentali appaiono favorevoli per la maggior parte dei Paesi OCSE: i profitti delle grandi imprese quotate a Wall Street continuano a crescere e persino le quotazioni delle piccole e medie imprese americane che fanno parte dell’indice Russell 2000 sembrano promettere bene, mentre l’Europa sconta meno crescita ma anche minor inflazione. L’economia americana cioè mostra dati buoni sebbene controversi:

- Crescita del PIL solida (il PIL reale USA è cresciuto tra il 3,8% e il 4,4% nei trimestri precedenti e potrebbe superare il 5% nel quarto trimestre
- Gli utili aziendali, i flussi di cassa aziendali e gli investimenti sono ai massimi storici, sostenuti dalla forte domanda, anche a causa delle maggiori esportazioni che si avvantaggeranno della debolezza del Dollaro
- Consumi ancora in crescita ma concentrati solo nelle fasce di reddito più alte, quindi con disuguaglianze e tensioni sociali inevitabilmente crescenti, che impediranno di tassare ulteriormente le importazioni asiatiche a basso prezzo.
- Tuttavia, nonostante il reddito disponibile reale appaia stagnante, i pensionamenti dei Baby Boomer (una generazione che si stima disponga di oltre 85.000 miliardi di dollari di patrimonio netto) alimentano i consumi cospicui, riducendo il tasso di risparmio, che potrebbe diventare negativo nei prossimi anni.
- Inflazione ancora in agguato, soprattutto relativamente alle conseguenze più dirette dell’adeguamento salariale, dunque più macroscopica per sanità e servizi, meno evidente ma ancora più pericolosa per beni esclusivi e attività finanziarie.
- Tutte cose che fanno temere un crescente differenziale tra tassi di interesse a breve e a lungo termine, con una possibile tendenza alla risalita di questi ultimi e un possibile calo di quelli a breve a causa di nuove immissioni di liquidità da parte delle banche centrali di tutto il mondo.
- Un progressivo aumento della disoccupazione a causa della progressiva adozione dell’AI nelle imprese, ma al tempo stesso l’AI permetterà all’America di consolidare una (almeno temporanea) leadership sulle tecnologie che porterà agli USA nuova ricchezza e ulteriori vendite degli armamenti a stelle e strisce.
I FATTORI DI RISCHIO
Tuttavia è innegabile che i recenti record delle borse lasciano piuttosto perplessi coloro che considerano l’ingresso in borsa in un momento di massima (e di grande incertezza) come questo. In particolare, i principali fattori di rischio per i mercati borsistici nel 2026 di oggi definiscono anche la maggior parte delle grandi direttrici macroeconomiche :
- USA sempre più ricchi ma alle prese con una mole di scadenze dei titoli di Stato tale da provocare tensioni quasi certe sui tassi d’interesse, sulle valutazioni d’azienda, sulla liquidità disponibile, sulla aggressività commerciale e militare e, di conseguenza, a rischio di instabilità politica (Trump resterà in sella?)
- Europa in stagnazione, sotto pressione commerciale ed energetica, a rischio di sfaldamento nella resilienza industriale e anch’essa a forte rischio di instabilità politica e conflitti sociali dal momento che buona parte dei governi attuali hanno perduto il consenso popolare (UK compreso)
- Cina sempre più attore industriale e militare globale, sempre più forte nelle esportazioni globali e sempre più leader tecnologico (dopo gli USA)
- Possibile ribaltamento della percezione dei risultati dell’AI (sebbene per ora sembra che il tasso di progresso dell’introduzione dell’AI nella vita comune vada molto più veloce di quello di internet dei primi anni 2000 o della digitalizzazione degli scorsi anni)
- Costante incremento della lotta geopolitica per il controllo del pianeta, per rovesciare governi non favorevoli all’élite anglosassone, per aggiudicarsi le risorse naturali (vedi l’accordo appena siglato, che trasforma la Groenlandia in un protettorato americano senza scadenza)
- Possibile cambio di regime in Iran e conseguente possibile instabilità di tutta la regione medio-orientale (molto auspicato da coloro che cercano di impedire il consolidamento dei Paesi BRICS) e da coloro che intendono controllare le ingenti risorse naturali persiane.
L’AMERICA DESIDERA UN CAMBIO DEL DOLLARO PIÙ BASSO
Tutti questi fattori di rischio potrebbero avere effetti profondi sul commercio internazionale, sul controllo del prezzo del petrolio, sulla stabilità degli attuali governi del Medio Oriente, sul rischio di caduta dal suo ruolo centrale del Dollaro americano come pilastro del sistema finanziario globale. Sempre più Paesi potrebbero ridurre la volontà di detenere debito USA e cercare “valute dure”, in primis l’oro, che per questo motivo non cessa di crescere di valore e il Dollaro di svalutarsi. Cosa che potrebbe risultare nell’interesse degli esportatori americani, se non fosse che tutto quanto sopra porta anche, inevitabilmente, a ridimensionare il peso da attribuire agli USA per gli investimenti finanziari globali dall’attuale 70%, cosa ovviamente molto meno appetibile per l’America che ha sempre contato sull’afflusso di valuta straniera per rifinanziare il proprio debito.

MA LE BORSE POTREBBERO CONTINUARE A CORRERE
Nel breve periodo però tecnologia, AI e commercio globale continueranno a sostenere la produttività del lavoro, dunque anche la crescita economica dei Paesi OCSE e la riduzione della povertà nei Paesi Emergenti. Inoltre a causa del fatto che c’è timore per la possibile risalita dei tassi a lungo termine (quelli dei bond corporate e sovrani) e anche a ragione delle quotazioni davvero eccessive di oro e altri metalli rari, l’investimento azionario resta il minore tra i mali. Difficile dunque poter prevedere che le borse non riprendano a correre, seppur tra forti oscillazioni.

La Corporate America ha inoltre fatto una gigantesca scommessa sul proprio futuro investendo molti miliardi su tutto ciò che può consentirgli di essere protagonista nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, cosa che sembra (almeno per il momento, promettere molto bene) Tuttavia, la vera minaccia di lungo periodo resta sempre la relativa appetibilità dei titoli del debito sovrano dei Paesi sviluppati (USA, Europa, Giappone), con la conseguenza del rischio che il livello dei tassi d’interesse a lungo termine possa tendere a proseguire la risalita.

IL PREZZO DELL’ENERGIA POTREBBE MUOVERSI AL RIALZO
Con gli ultimi scossoni geo-politici stiamo quindi avvicinandoci a una possibile “resa dei conti” sui mercati finanziari che potrebbe contribuire non poco a definire il prossimo ordine economico globale, soprattutto attraverso una variazione significativa dei prezzi delle materie prime che non potrebbe non avere conseguenze sull’inflazione e, in ultima analisi, sui rendimenti dei titoli pubblici. Come peraltro si può già vedere nei due grafici qui sotto riportati, relativi all’andamento recente dei prezzi del petrolio e del gas:


Se dunque l’andamento dei prezzi di energia e materie prime (soprattutto il gas) è un campanello d’allarme per l’inflazione, questo rinforza i timori dei cosiddetti “bond vigilantes”, che temono un rialzo dei tassi a lungo termine possa dipendere più dall’inflazione futura che non dalla semplice legge di domanda e offerta, il cui risultato è oggi alterato dall’intervento massiccio delle banche centrali.

Tutto sommato però questo è alla fine un ulteriore argomento a favore dell’investimento azionario, ragione per la quale nel breve termine ci si può attendere ulteriori ondate di volatilità delle quotazioni borsistiche, ma non un probabile crollo (vedi qui sopra il grafico relativo all’indice VIX relativo a Wall Street):
Stefano di Tommaso





































