CHI CONTROLLA I MERCATI

L’inflazione prosegue la sua corsa trainata dal rialzo (oramai da tre mesi) prezzo del petrolio, del gas, dei fertilizzanti, di numerose materie prime e, soprattutto, dall’energia. Una tendenza pericolosa per la salute economica del mondo intero ma le borse continuano a correre avanti, trainate dal “new deal” dell’intelligenza artificiale (AI), dai generosi investimenti che ne stanno alimentando la diffusione e dai grandi profitti che ne conseguono.


La tendenza al rialzo dell’inflazione ha convinto i mercati al conseguente rialzo dei tassi d’interesse e ha penalizzato i bond ma non ha arginato l’avanzata dei titoli azionari legati all’information e communication technology. Ma solo quelli.


Se dagli indici azionari togliamo questo settore le borse risultano piatte. Non stupisce allora che le prime 10 società del settore rappresentano ormai oltre un terzo del valore totale del mercato azionario americano.


Il boom dell’intelligenza artificiale ha quindi trasformato i mercati finanziari a partire dal 2023 quando si è messa in evidenza la leadership di NVIDIA, che annunciava risultati molto superiori alle attese grazie alla domanda di chip per AI fino a quando le vendite di questi ultimi sono letteralmente esplosi: da 3,4 miliardi di dollari nel 2023 a oltre 60 miliardi nel 2026. E ancora oggi la domanda per microchip di ultima generazione e per ulteriore potenza di calcolo di nuovi data center e continua a crescere.


Oltre a NVIDIA anche altre aziende come AMD (Advanced Micro Devices) e Broadcom hanno registrato forti aumenti dei ricavi grazie all’AI, soprattutto nei server e nelle infrastrutture per modelli AI dal momento che il settore dei semiconduttori ha guadagnato oltre il 420% dal 2023, mentre invece numerose software house sono rimaste indietro perché gli investitori temono che l’AI possa sostituire parte del software tradizionale, penalizzando grandi società come Salesforce o Adobe.

L’arena competitiva però continua a concentrarsi. Una quota enorme dei profitti dell’intero mercato azionario USA deriva da pochissime aziende che fanno business grazie all’AI. Nvidia da sola ha contribuito in modo decisivo alla crescita degli indici. Anche OpenAI e Anthropic hanno visto le loro valutazioni moltiplicarsi rapidamente, diventando i simboli della nuova “bolla” AI nel venture capital,nbsp; ma chi fa software appare decisamente più vulnerabile di chi produce materiali, energia e ingegneria dei nuovi superchip. E dunque il vincitore assoluto della corsa all’AI non è un produttore di modelli per quest’ultima, bensì chi ha mostrato di poterci guadagnare davvero sopra.


Anche per questo motivo l ’AI non rappresenta solo una moda dei mercati borsistici ma poggia su grandi e crescenti profitti e sta ridisegnando la leadership economica e finanziaria globale. Ma chi ne beneficia sono pochissimi grandi operatori: oltre chi fabbrica i chip anche chi realizza i data center e chi vende loro energia e infrastrutture. L’AI sta cioè facendo nascere un nuovo capitalismo finanziario e tecnologico, in cui Nvidia non è più soltanto un’impresa dominante, ma è divenuta un’ “infrastruttura sistemica” dell’intero ecosistema tecnologico globale.


Le conseguenze potenziali sono enormi, sia per i mercati finanziari sia per l’economia reale. Tradizionalmente una big tech produceva tecnologia, vendeva prodotti, faceva profitti. Nvidia invece oramai finanzia anche le startup, investe nei data center, partecipa al capitale delle aziende clienti, influenza le valutazioni di mercato e crea dipendenza tecnologica ai suoi clienti in una sorta di flusso circolare che alimenta sé stesso. Cioè è contemporaneamente fornitore, cliente, investitore, piattaforma, standard industriale. Sta concentrando uno strapotere nelle proprie mani non soltanto finanziario e di mercato ma anche e soprattutto a livello cognitivo.

Questo perché l’AI sta divenendo centrale per ogni attività tecnologica ma essa richiede l’uso di chip molto avanzati, di molta energia per i data center, di capitale gigantesco per le innovazioni, richiede l’accesso a moltissimi dati, e ingegneria proprietaria. E solo pochissimi operatori possono sostenere questi costi. Il che crea barriere all’ingresso quasi invalicabili per gli altri operatori e una dipendenza sistemica che fino ad oggi è stata letteralmente sottovalutata. Quindi una grande quantità di industrie tecnologiche di ogni genere, di gestori di data center, di grandi utilities che forniscono energia e di fornitori di infrastrutture di interconnessione sono divenuti tutti dipendenti dallo stesso vertice che fa capo a NVIDIA, la quale con la liquidità generata (quest’anno 100 miliardi di dollari) tende a dominare anche i mercati finanziari.


Nvidia vende chip con enormi profitti, li reinveste in aziende che in cambio comprano i suoi chip e sospingono in tal modo la sua valutazione, cosa che a sua volta spinge i mercati finanziari a investire di più nell’AI innalzando le aspettative. Ovviamente il rischio è che Nvidia fallisca ma al momento non si vede come: ha un bilancio fortissimo, genera cash flow giganteschi , fa grandi profitti e continua a crescere. Inoltre l’AI produce una domanda autentica, e genera un cash flow che non è immaginario come ai tempi della bolla delle “Dot.Com”. Quindi la “bolla speculativa dell’AI” non è basata soltanto sulle aspettative bensì sui profitti. I rischi tuttavia esistono ugualmente: ad esempio la possibilità di arrivare a generare una sovracapacità produttiva ben prima dello sviluppo della domanda di AI. Ma per il momento la domanda cresce. Oppure quello che il costo proibitivo dell’energia arrivi a far crescere troppo il costo computazionale azzerando investimenti e profitti.


Il circolo vizioso che sorregge i profitti di Nvidia però è diventato al tempo stesso un punto di forza geopolitico dell’America, una leva strategica dello sviluppo economico di tutto l’Occidente. Attraverso Nvidia gli USA controllano ogni produttore di chip avanzati, di nuove architetture AI, di software evoluto. I fornitori di cloud rafforzano il predominio tecnologico americano a scapito dell’Europa, che ne dipende fortemente e consente agli USA di sperare di primeggiare sulla Cina, la quale non va altrettanto veloce. In teoria oggi l’America attraverso una sola grandissima corporation sta assicurando la propria supremazia tecnologica innalzando la produttività del lavoro e attirando ulteriori capitali sui propri mercati finanziari.


Dunque possiamo scommettere sul fatto che Nvidia è oramai diventata troppo importante perché il sistema finanziario americano la voglia mettere in discussione. È una vera e propria trasformazione del capitalismo che diviene altamente centralizzato, finanziariamente interconnesso, fortemente controllato e sempre più pesantemente incentrato sulla predominanza geopolitica americana.

Al tempo stesso però l’America e i suoi iper capitalisti non riposano sui propri allori: stanno puntando decisamente a consolidare la loro predominanza attraverso la combinazione dell’Intelligenza Artificiale con due altri fattori tecnologici, decisamente strategici e molto interconnessi all’AI: i nuovi computer quantistici e la le nuove tecnologie aerospaziali.


La diffusione dei computer quantistici potrebbe dar luogo a una trasformazione del panorama economico globale ancora più profonda di quella che sta generando lo sviluppo dell’AI, ma sicuramente richiederà tempi diversi: l’AI sta immediatamente generando ricavi enormi, mentre il quantum computing è ancora in una fase iniziale, simile a quella di Internet negli anni ’90. Tuttavia, governi e mercati li considerano una tecnologia strategica perché potrebbe rivoluzionare la crittografia e la cybersecurity, con ricadute per tutte le altre industrie: dalla farmaceutica, alla chimica alla finanza, agli armamenti e all’intelligence.

È l’unico mercato finanziario globale in grado di sostenerne i giganteschi investimenti necessari per fa arrivare ai mercati il prodotto finito è quello americano. Tuttavia, così come l’AI ha creato una corsa soprattutto ai data center e ai chip GPU, il quantum computing sta creando una corsa alla criogenia, ai nuovi semiconduttori, alle architetture di networking quantistico, ai sensori quantistici e ai materiali superconduttori. I veri vincitori perciò potrebbero non essere le aziende che ingegnerizzato e costruiscono computer quantistici, bensì soprattutto chi fornisce loro componenti e infrastrutture.


Come nell’AI il potere si è finora concentrato in poche società (Nvidia, Microsoft, Meta, OpenAI), anche il nel quantum computing potrebbe creare oligopoli tecnologici nei cloud quantistici, nei brevetti delle nuove tecnologie, nella produzione di hardware (cioè di nuovi super-chip) di nuova generazione, nello sviluppo di reti dati di nuova generazione. Molte aziende quotate nel settore quantum hanno valutazioni molto speculative rispetto ai ricavi reali. Il mercato sta prezzando il potenziale futuro, la leadership tecnologica il valore geopolitico della supremazia in questo settore. È una dinamica simile alle prime fasi AI, ma ancora più immatura.

Gli USA stanno già oggi sussidiando il quantum computing poiché lo considerano una tecnologia di sicurezza nazionale, al pari di AI e semiconduttori e hanno lanciato il National Quantum Initiative per coordinare gli investimenti in ricerca, materiali, applicazioni e formazione, con l’obiettivo di mantenere un vantaggio strategico sul resto del mondo. Il DARPA e la NSA per questo motivo stanno investendo sperando di poter mettere le mani sui nuovi sistemi di cybersecurity, sulla navigazione senza GPS, sulla decrittazione avanzata, con l’evidente scopo di trarne una supremazia militare. Al tempo stesso e per il medesimo motivo gli USA stanno limitando l’export verso la China di chip avanzati e tecnologie quantistiche sensibili. La logica è identica a quella usata per i semiconduttori AI: impedire alla Cina di raggiungere la medesima frontiera tecnologica.


Anche l’IPO di SpaceX è vissuta quasi “militarmente” dagli USA per rafforzare la propria leadership sul resto del mondo. La quotazione di giganti tecnologici precedentemente privati (come SpaceX, con una valutazione potenziale di 1,75 trilioni di dollari) permette agli investitori comuni di accedere a opportunità di guadagno finora riservate esclusivamente a fondi e grandi investitori privati e rappresenta un modo per estendere l’appetibilità delle nuove tecnologie ai mercati finanziari anglosassoni.

La questione principale relativa alle tecnologie aerospaziali tuttavia riguarda la concentrazione di potere in un mondo ipertecnologico dove i meccanismi di governance tradizionali sono quasi inesistenti. Grazie a una struttura azionaria a doppia classe, Elon Musk mantiene un controllo virtualmente incontestato sul voto e sul consiglio di amministrazione. SpaceX ha inoltre recentemente assorbito XAI, spostando il focus dal core business originale (la colonizzazione di Marte) alla corsa agli armamenti dellintelligenza artificiale. E se Musk dovesse cambiare nuovamente direzione, gli azionisti non avrebbero alcun potere reale per opporsi, definendo questo rischio: uno “strategic bait-and-switch” (un inganno strategico).

E qualcuno sta anche pensando di trasferire in orbita la maggior parte dei data center puntando sulla loro miniaturizzazione e sul fatto che in orbita l’energia solare porterebbe quasi a zero il costo energetico dell’elaborazione dati e l’energia sprecata nella dispersione del calore dei chip sarebbe l’ultimo dei problemi con il freddo glaciale che c’è in quota. Dunque se queste tecnologie prendessero piede potrebbero radunare tanto l’aero-spazio così come i nuovi computer quantistici e pure le infrastrutture di rete, dal momento che l’interconnessione con i satelliti le salterebbe a piè pari.

Tutto questo per far presente che siamo di fronte a un momento importante per i mercati finanziari che può definire un’intera epoca. Le ambizioni di Musk (espandere la coscienza in orbita) sono di una scala tale da rendere difficile prevedere se il risultato sarà storico nel senso positivo o in quello catastrofico. In definitiva il destino dell’America che lotta al fine di mantenere una supremazia anche per gli anni a venire, ma anche quello del 75% dei mercati finanziari globali ( He sono concentrati negli USA) e forse anche dellumanità oggi dipendono dal successo di pochi potentissimi centri di potere. I quali evidentemente tifano per sé stessi e alimentano il vortice (apparentemente) senza fine che continua a far crescere le quotazioni dei titoli ipertecnologici americani.

Stefano di Tommaso




TASSI PIÙ ALTI PIÙ A LUNGO

I venti di guerra continuano a soffiare forte e, questa volta, i mercati finanziari sembrano iniziare a intimorirsi: i tassi d’interesse americani in particolare, sembrano tutti aver superato quella sottile linea rossa che aveva “tenuto” fino a ieri e che era costituita dalla soglia psicologica del 4% per i tassi a due anni, del 4,5% per quelli a dieci anni, e del 5% per quelli a trent’anni. Ovviamente un cambiamento non privo di conseguenze per i mercati e per l’economia…



GLI EFFETTI DELLA GEOPOLITICA

Con l’arrivo della nuova ondata inflazionistica i rendimenti obbligazionari sembrano peraltro destinati a salire ancora, a causa del consolidato rialzo dei prezzi petrolio, gas ed energia, che si stima incidano per il 12–15% sull’inflazione. nbsp; Alcuni economisti hanno stimato che un aumento duraturo del prezzo del petrolio come quello registrato possa arrivare ad aggiungere circa 3 punti percentuali al tasso di inflazione dei prezzi al consumo e -forse- quasi altrettanti alla struttura dei tassi d‘interesse.


LE VALUTAZIONI AZIENDALI POTREBBERO FLETTERE

Cosa che può avere ovvie conseguenze negative sulle valutazioni aziendali, notoriamente basate sull’attualizzazione dei flussi di cassa futuri, la quale si riduce quando il tasso di sconto inizia a crescere. nbsp; Paradossalmente ciò sembra accadere proprio in occasione di quotazioni borsistiche che sono giunte nelle ultime settimane a sfondare i livelli massimi di sempre.

Un fattore poi che fino a ieri ha alimentato le quotazioni borsistiche fino ad oggi e che potrebbe nel prossimo futuro cambiare direzione è senz’altro l’eccesso di liquidità in circolazione, principalmente fornito dalle banche central, oggi probabilmente destinato a ridursi con l’aumento dei tassi d’interesse.


In particolare la più accomodante con il sistema bancario è stata proprio la banca centrale più importante di tutte (la Federal Reserve Bank of America), seguita a ruota da quasi tutto il resto del mondo, mentre l’inflazione invece cresceva a causa del rialzo dei costi energetici. Ma il mercato finanziario americano conta per circa il 75% del totale globale.

IL VERO RISCHIO PERÒ È LA RECESSIONE

La possibilità di ripresa delle attività belliche in Medio Oriente tende poi a spostare la percezione del rischio per i mercati finanziari dall’inflazione alla recessione, oggi più probabile dal momento che in tutto l’Occidente il mercato del lavoro si sta indebolendo e che le più basse aspettative salariali possono avere l’effetto di deprimere i consumi.


Alcuni economisti fanno notare che il vero rischio per i mercati finanziari in questo momento non è quello di un’inflazione strutturale, ritenuta poco probabile in Occidente senza un’adeguata crescita salariale e contestualmente ad un probabile rallentamento della crescita economica, bensì quello di recessione (o minor crescita economica), a causa della progressiva riduzione dei posti di lavoro.

L’ENIGMA DELL’A.I.

Le cause della possibile riduzione dei posti di lavoro risiede anche nelle nuove tecnologie, oltre che nei consumi più incerti e nell’anomalo aumento del ricorso al credito al consumo (in alcuni paesi utilizzato persino per le spese più essenziali). Un segnale di riduzione del reddito reale disponibile che lascia pensare alla possibilità di una nuova ondata di insolvenze nei crediti e ad una probabile contrazione dei consumi. Una narrazione che contrasta le “sorti meravigliose et progressive” decantate fino ad oggi.


In particolare nessuno sembra in grado di riuscire correttamente a prevedere quali effetti avrà sull’economia reale l’impatto travolgente dell’intelligenza artificiale. Ho ascoltato in proposito un’intervista al premio nobel Stiglitz che va completamente contro corrente!


POTREBBE ESSERE L’INIZIO DI UN CICLO

Dunque l’incrocio tra una possibile recessione e una quasi certa permanenza dell’inflazione (pur senza picchi clamorosi) potrebbe generare per molti anni a venire delle concrete difficoltà per la prosecuzione dello sviluppo economico, che in ultima analisi potrebbe condurre ad un’attesa dí riduzione dei profitti aziendali.

Per arginare questa possibile deriva negativa le banche centrali possono fare piuttosto poco, perché occorrerebbero invece una politica fiscale espansiva e una maggior spesa infrastrutturale, che invece viene soppiantata dalla necessità di finanziare armamenti e sistemi di intelligence militari.


I conflitti geopolitici inoltre stanno spingendo inesorabilmente verso una riduzione degli interscambi internazionali, promuovendo al contrario il rimpatrio di tutte le produzioni industriali più strategiche per le maggiori economie del pianeta. Cosa che non può che danneggiare lo sviluppo economico dei paesi emergenti.

Sul piatto della bilancia dunque possono pesare non poco gli effetti a lungo termine della progressiva riduzione dei commercio mondiale, del rincaro dell’energia e del rialzo dei tassi d’interesse a lungo termine. Sempre che proseguano.

LA CURVA DEI TASSI POTREBBE IMPENNARSI

In uno scenario moderatamente riflessivo come questo i tassi d’interesse a breve termine sarà relativamente improbabile che vengano alzati inopinatamente, mentre quelli a lungo termine potranno riflettere più obiettivamente il rialzo dell’inflazione e la prevalenza dell’offerta sulla domanda di titoli a reddito fisso.


In compenso, le banche centrali potrebbero privilegiare la riduzione della liquidità in circolazione per combattere l’inflazione, ponendo così tuttavia un freno importante alla possibilità che i mercati continuino a correre, dato il livello elevatissimo cui sono già arrivati.

SELL IN MAY…(AND SAIL AWAY)

I mercati finanziari perciò potrebbero essere entrati, con il mese di Maggio, in una fase molto volatile, con probabilità leggermente maggiore di correzione delle borse o di andamento “laterale” rispetto alle tendenze registrate fino ad oggi, soprattutto in caso di nuove tensioni geopolitiche che sembrano nei prossimi mesi, sempre più probabili.

I fattori chiave che potrebbero farlo pensare sono i tassi d’interesse in salita, il maggior costo dell’energia e una certa probabilità che la guerra e la ridotta circolazione dei capitali spinga al ribasso liquidità complessiva dei mercati, a scapito delle quotazioni di titoli (sia azionari che obbligazionari), con una lieve differenziazione a favore dei settori più tradizionali, dell’energia, della difesa e delle materie prime.

Stefano di Tommaso




IL PROBLEMA DELL’ENERGIA

I listini delle borse valori di tutto il mondo continuano a viaggiare intorno ai massimi di sempre, nonostante le guerre e i pesanti incrementi nel costo dell’energia, nonostante ogni previsione degli analisti i quali, pur fondandosi su solide osservazioni macroeconomiche, hanno costantemente sottostimato sino ad oggi la capacità delle grandi imprese quotate di produrre straordinari e crescenti profitti aziendali. Quindi le borse hanno continuato a correre soprattutto in funzione degli sviluppi determinati dalle nuove tecnologie e in funzione dei profitti che queste stanno generando. Tuttavia per il proseguimento di questa stagione positiva si pongono problemi più complessi: il maggior costo dell’energia e la necessità di produrre quest’ultima in modo più compatibile con le esigenze ambientali potrà convivere con l’esigenza di ingenti investimenti computazionali e infrastrutturali?


Dall’introduzione del grande business dell’Intelligenza Artificiale (AI) l’attenzione degli investitori si è concentrata principalmente sulle cosiddette Magnificent Seven (Mag7, le maggiori società tecnologiche quotate a Wall Street: Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, NVIDIA, Tesla), che infatti hanno raggiunto un peso superiore ad un terzo del totale del listino azionario americano e hanno contribuito non poco tanto allo sviluppo economico complessivo come pure all’attuale crescita smisurata delle quotazioni delle borse valori. In particolare i grandi fornitori di servizi cloud, i cosiddetti “hyperscaler” sono stati capaci di ampliare la “scala” dimensionale del loro business riuscendo a fare grandi progressi nell’offerta di servizi legati alle nuove tecnologie e, in tal modo, ad erigere importanti barriere all’entrata di possibili concorrenti.


Nei mesi scorsi erano emersi timori della necessità di un eccesso di investimenti in infrastrutture per l’AI, ma poi i risultati estremamente positivi attesi per tutto il 2026 hanno rimosso quasi del tutto le preoccupazioni legate alla necessità degli ingenti investimenti necessari per competere sulle nuove tecnologie, il cui ritorno appare in ogni caso soggetto a qualche rischio.

Pertanto occorre riconoscere che il turbocompressore che sembra alimentare una crescita senza precedenti nella storia economica delle quotazioni degli indici di borsa è più che mai dipendente dai business collegati alle nuove tecnologie di AI e, anzi, molti analisti si attendono una prosecuzione ancora per diversi anni di tale tendenza. Tuttavia è stato da più parti fatto notare che, negli ultimi tempi, chi sembra aver guadagnato davvero tanto, più che le grandi società attive nelle applicazioni dell’AI (le Mag7 innanzitutto) sono stati soprattutto i loro principali fornitori: cioè quelli che fabbricano semiconduttori e componenti, i produttori di memoria e, soprattutto, i fornitori di energia e di impianti per l’energia necessari per alimentare il funzionamento dei “data center” dove “girano” i software più evoluti. Le Mag-7 restano sempre dominanti tra i titoli quotati a Wall Street, ma il loro vantaggio sugli altri si sta riducendo.

L’attenzione degli investitori si sta quindi oggi (correttamente) spostando verso un concetto ben più ampio di business legato all’AI, che include la velocità di connessione digitale e la produzione e l’uso efficiente dell’energia. Il business dell’energia ha inoltre tante sfaccettature che lo rendono non semplice da interpretare correttamente, sia perché resta sempre più problematico produrla continuando ad utilizzare carburanti inquinanti di origine fossile (e non a caso oggi sta tornando di moda il nucleare), come anche perché il costo e l’efficienza del suo trasporto sul territorio pone dei vincoli importanti. Soprattutto adesso che l’eccesso di domanda rispetto all’offerta (a livello globale) lascia supporre che il costo dell’energia difficilmente tornerà ad essere basso anche dopo l’eventuale conclusione dell’attuale crisi energetica.

I business legati alla generazione e gestione dell’energia (così forse come anche quelli delle interconnessioni, tanto elettriche quanto digitali) potrebbero quindi rappresentare la vera sfida esistenziale di questo secolo e anche l’opportunità di maggiori guadagni tra le società quotate in borsa. Ovviamente ciò non significa che automaticamente chi oggi scommette sull’energia potrà avere la ragionevole certezza di fare cospicui guadagni sui propri investimenti. L’andamento di questi ultimi dipenderà parecchio dall’evoluzione del quadro economico globale, dall’andamento dell’inflazione (che potrebbe incidere in modo significativo sulla struttura dei tassi d’interesse) e dalla possibilità che lo sviluppo economico globale non subisca pesanti battute d’arresto a causa di guerre o altri impedimenti alla libera circolazione di merci e servizi.


Questo anche a causa del fatto che le borse già scontano una prosecuzione della crescita economica globale e dei profitti che potranno portare a casa i principali beneficiari dello sviluppo (soprattutto le grandi multinazionali tecnologiche). Sarebbe forse sufficiente passare dalle attuali previsioni di generosa crescita ad altre più prudenti dí appiattimento delle tendenze (ovvero ad un eccesso di oneri finanziari legati al costo degli ingenti investimenti in corso) per determinare una disaffezione degli investitori sui principali titoli quotati.

E questo è teoricamente quasi probabile laddove i conflitti bellici dovessero proseguire a lungo determinando pesanti conseguenze sul costo delle materie prime e dell’energia. Sia perché la domanda di energia sopravanzerebbe troppo l’offerta, rischiando di far impennare costi e prezzi oltre ogni ragionevole attuale speranza. Ma anche perché la spesa pubblica legata agli armamenti, alle loro munizioni e al loro sviluppo (che oggi, sin tanto che resta moderata anzi contribuisce allo sviluppo economico) potrebbe, in caso di ricorso eccessivo, spedire il mondo intero in recessione e in crisi di fiducia per la tenuta dei debiti pubblici creando una pericolosa spirale negativa sui mercati finanziari.

Un rischio teorico ma molto concreto che ha anche un altro paio di pesanti risvolti pratici: se anche nessun eccesso di spesa militare dovesse verificarsi e i mercati finanziari dovessero “tenere” piuttosto bene nonostante i conflitti, il denaro pubblico che sarebbe potuto servire ad ampliare l’apparato infrastrutturale legato al supporto delle nuove tecnologie rischia comunque di venire dirottato verso i sistemi d’arma e di intelligence, limitando in tal modo i possibili benefici per l’economia reale derivanti dall’applicazione estensiva delle nuove tecnologie; la “fame di energia” determinata dalle nuove tecnologie comporta il rischio di lasciar passare in secondo piano il problema delle emissioni nocive per l’ambiente legate al maggior consumo di energia. Un problema ulteriore, quello del “colore” dell’energia prodotta e utilizzata, che si sarebbe potuto risolvere qualora fosse stato più agevole sostenere il maggior costo dell’energia “verde”, ma che determina il possibile peggioramento dell’inquinamento globale proprio nel momento nel quale avremmo dovuto compiere lo sforzo maggiore.


Le risposte ovviamente non sono affatto scontate ma le prospettive restano buone, al momento. Un meraviglioso equilibrio sta continuando a tenere sui massimi i mercati finanziari. Con effetti positivi per il mondo intero!

Stefano di Tommaso




L’INFLAZIONE NON ALLARMA LE BORSE

Leggiamo da più parti che, dato il perdurare della crisi del Golfo Persico, il prossimo inverno rischiamo di rimanere al fresco, che potremmo essere costretti a razionare le scorte di carburante, che i prezzi di quasi tutto schizzeranno alle stelle. In pratica: saremo più poveri e, a causa dell’inflazione, i nostri risparmi varranno decisamente meno. I numeri al riguardo sono inquietanti: l’energia è quasi raddoppiata, in Italia l’incremento mensile dei prezzi al consumo è poco sotto il 2% (cioè intorno al 20% annuo), le previsioni di sviluppo economico globale sono già state riviste al ribasso e i debiti pubblici stanno crescendo ad un ritmo feroce. In sintesi l’inflazione si appresta a colpire molto duramente. Allora perché i mercati finanziari ne restano indifferenti ?


L’INFLAZIONE È GIÀ NELLE STATISTICHE

Per rispondere occorre scavare parecchio, sebbene i timori di qualche mese fa oramai siano divenuti una certezza. Non solo in Europa bensì anche in America, come si può leggere dal grafico qui sotto riportato.


IL NUOVO RECORD STORICO DELLE QUOTAZIONI DI BORSA

Ciò nonostante le Borse hanno bruciato i precedenti massimi storici, le imprese quotate in borsa mostrano profitti importanti e crescenti, i tassi d’interesse non crescono e le banche non tirano i freni. Com’è possibile questo “iato”? Che i mercati finanziari ignorino una prospettiva economica decisamente grave? La risposta in parte è nelle cose, e in una certa parte invece proprio non c’è: non ci sono veri precedenti al riguardo.

IL RECORD STORICO DI WALL STREET: IL LIVELLO RAGGIUNTO DALL’INDICE SP500

ADDIRITTURA LA VOLATILITÀ SCENDE

Sicuramente viviamo in un’epoca molto speciale: le borse hanno battuto tutti i record precedenti anche in termini di valutazioni delle imprese (cioè i multipli di valutazione delle imprese quotate sono più alti che nel 1929, nel 1968 e nel 2001). Un’epoca nella quale non ci sono mai stati così tanti asset finanziari (cioè tanto debito) rispetto al valore del prodotto lordo dell’economia reale. Nemmeno l’analisi della volatilità della borsa delle borse (Wall Street) ci aiuta ad adottare prudenza: i nuovi record dell’indice sono stati raggiunti mentre la volatilità scendeva a livelli molto bassi:


Siamo cioè tecnicamente nel pieno di una “bolla” speculativa e, come spesso accade in questi casi, nessuno si sta preoccupando sino a quando la bolla non scoppia. Ma scoppierà davvero? Dopo tanto brusio al riguardo, molti analisti iniziano a pensare che quella prospettiva è si possibile, ma non necessariamente probabile.

IL RAPPORTO PREZZO/UTILI DELLE AZIONI NON È MAI STATO COSÌ ALTO

 

LA BOLLA SPECULATIVA SCOPPIERÀ ?

A richiamare prudenza tuttavia interviene un grafico molto esplicativo: la media mensile storica dell’andamento delle quotazioni di Wall Street degli ultimi anni, in particolare negli anni in cui è in arrivo una tornata elettorale (qui sotto). Questo significa che, anche senza alcun crollo, statisticamente potremmo aspettarci dei ribassi consistenti fino a tutta l’estate.


L’INFLAZIONE PUÒ INFLUENZARE POSITIVAMENTE I TITOLI AZIONARI

Ho chiesto all’Intelligenza Artificiale cosa succede ai mercati finanziari quando l’inflazione si radica e, anzi, picchia più duro. La risposta è stata che i tassi d’interesse non possono che aumentare e che i profitti delle imprese sono a rischio. Ma soprattutto che si crea una disconnessione inevitabile tra Wall Street e Main Street, cioè tra finanza e economia reale. Quest’ultimo è forse l’aspetto più contro-intuitivo di tutta la faccenda, dal momento che -con l’attesa di una crescita dei tassi d’interesse nominali- le valutazioni dei titoli azionari dovrebbero scendere. E invece salgono.

Non soltanto perché spesso le imprese sono in posizione “rialzista” quando salgono i prezzi (le scorte e gli impianti si rivalutano, i margini nominali crescono, eccetera) ma anche perché il cambiamento di paradigma che arriva con il rincaro dei costi accentua le performances delle imprese migliori, che tipicamente sono quelle quotate in Borsa (ovviamente vale per le più solide e grandi tra loro, molto meno per le altre). Ovviamente tutto questo avviene quando la liquidità in circolazione resta elevata (ed è ai massimi storici anch’essa, come si può leggere dal grafico qui sotto), altrimenti il gioco non funziona più.


I TASSI D’INTERESSE PERÒ STANNO GIÀ SALENDO

Poi bisogna vedere cosa succede con l’unica conseguenza certa dell’inflazione: l’inevitabile rialzo dei tassi d’interesse a lungo termine, dal momento che, con l’inflazione, la perdita di valore intrinseco dei titoli a reddito fisso deve venir compensata da un rialzo dei rendimenti degli stessi. E se i tassi a lungo termine salgono, anche la spesa per interessi dei debiti pubblici sale e si avvicina alla soglia di sostenibilità. Ho letto che la storia insegna che i regimi crollano quando la spesa per interessi supera quella militare. Certamente ci si avvicina molto al limite.


Sì è però visto già in passato che il mondo può convivere con una struttura di tassi d’interesse più elevata qualora esistano motivi per i quali si può evitare la recessione. E il mondo oggi ne ha a bizzeffe! Innanzitutto la spinta incredibile allo sviluppo economico (e al ribasso dei costi di produzione) che sta arrivando dalle nuove tecnologie (la spesa per investimenti relativi all’intelligenza artificiale crescerà anche per tutto il 2027) e dai profitti che (tutte) le imprese quotate stanno facendo, ma poi anche l’incremento della spesa pubblica ha un effetto anti-depressivo per l’economia. Almeno sin tanto che gli interessi sui debiti restino sostenibili. Anzi: entro certi limiti l’inflazione aiuta a far calare il valore reale dei debiti pubblici rispetto al prodotto interno lordo.

IL CICLO MONETARIO DELL’ULTIMO QUINQUENNIO Ė STATO PARTICOLARMENTE ESPANSIVO

Ma i problemi derivanti dall’incremento dell’inflazione possono arrivare anche da altre direzioni. Un classico delle fiammate inflazionistiche precedenti è stato il cosiddetto “fuoco amico”: l’effetto recessivo che arriva qualora la politica monetaria assume una posizione eccessivamente restrittiva, perché quando la liquidità dei mercati si riduce, quando il credito disponibile aumenta il suo costo e restringe i suoi volumi, quando le infrastrutture rallentano perché vengono a costare più care, evidentemente, la recessione può avvicinarsi.

LA RECESSIONE POTREBBE NON ARRIVARE

Questa volta tuttavia -almeno per un primo periodo- sappiamo già che è relativamente improbabile che le banche centrali vogliano esagerare, dal momento che:

  • se il problema -è arcinoto- viene dall’esterno e non dai consumi, non c’è la necessità di penalizzare questi ultimi con rialzi indiscriminati dei tassi a breve termine che possono gettare l’economia reale in recessione;
  • comunque un qualche effetto negativo sull’occupazione arriverà di sicuro e i salari reali in realtà fanno fatica a tenere il passo, dunque i consumi si ridurranno comunque e non ci sarà bisogno di penalizzarli;
  • la spesa pubblica (soprattutto militare) continuerà a crescere fornendo stimoli positivi all’economia; i ministri del Tesoro dovranno collocare maggiori emissioni di titoli di Stato e dunque
  • le banche centrali non potranno andare troppo sfacciatamente contro le necessità dei governi di finanziare il disavanzo, dunque difficilmente dreneranno la liquidità.

Le banche centrali al tempo stesso non potranno restare del tutto indifferenti all’inflazione e alla conseguente tendenza dei tassi a lungo termine a crescere per poter compensare la perdita di valore nominale. Dunque è probabile che, a fronte di un’inflazione che dovesse rivelarsi tutt’altro che passeggera (come in realtà già è chiaro oggi), alla fine qualche rialzo dei tassi di sconto sarà da mettere tra le cose probabili.

L’ECONOMIA GLOBALE È COMUNQUE A RISCHIO

Ma il problema più inquietante tuttavia sarà il “rimescolamento”nell’economia industriale che sarà dettato dalla presa d’atto che il forte rialzo dei costi dell’energia non è destinato ad essere passeggero. Non ci sarà soltanto un effetto a catena dei costi dell’energia sui costi di tutti gli altri settori dell’industria. Ci sarà soprattutto un deciso rialzo dei prezzi dei costi dei trasporti, delle derrate alimentari (penalizzate dalla scarsità di fertilizzanti e conservanti), con il rischio che alcune popolazioni arrivino a dover ridurre la spesa alimentare per non poterselo permettere.

In generale alcuni settori, con il rialzo generalizzato dei fattori di produzione, inizieranno ad avere industrie anti-economiche, fino ad andare fuori mercato, generando anche disoccupazione. In condizioni normali questi meccanismi generano recessione o comunque problemi allo sviluppo economico. Questo oggi non è più così scontato, ma resta chiaro che il cambiamento socio-economico sarà impetuoso.


Quello che appare strano ma possibile è che al tempo d’oggi il mondo inizi a convivere con tutte le meravigliose ricadute dell’intelligenza artificiale e sembra oramai accertato il suo impatto decisamente positivo sulla stragrande maggioranza dei settori economici. Le due cose dunque potrebbero miracolosamente bilanciarsi e la contemporaneità dell’arrivo dell’inflazione al tempo stesso dell’accelerazione della produttività del lavoro potrebbe portare a situazioni senza precedenti nella storia economica, non necessariamente negative, sempre che i conflitti armati non divengano la variabile prevalente nella narrazione economica.

L’ECORME SPINTA ESPANSIVA DEGLI INVESTIMENTI SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

SI PUÒ SUPERARE LO SHOCK PETROLIFERO, MA SOLO FINO A UN CERTO PUNTO

Assumendo tuttavia che il mondo non arriverà a una nuova guerra mondiale o a situazioni simili, l’inflazione potrebbe perciò accelerare il cambiamento che le nuove tecnologie stavano già somministrando alle principali economie del pianeta, senza necessariamente portarle verso una recessione, mentre il rapporto tra lo stock di debito complessivo e il prodotto lordo (il PIL) dei paesi più indebitati potrebbe addirittura migliorare. Il condizionale però resta d’obbligo qualora vogliamo indossare gli occhiali rosa nell’osservare la congiuntura economica attuale. E per restare ottimisti occorre che la misura dei problemi causati dalla scarsità di petrolio, gas, fertilizzanti e derrate alimentari in generale non superi una certa soglia.


E occorre anche che i conflitti armati non divengano la normalità, dal momento che in generale essi distruggono ricchezza e capacità di reddito, oltre ad aumentare i debiti pubblici per l’accelerazione delle spese militari.

Stefano di Tommaso