I TASSI NON CALANO: HA RAGIONE WARSH?

Il “dividendo politico” degli accordi di pace in Medio Oriente sembra sfuggire di mano a Donald Trump anche perché più che una pace fatta sembra per il momento una pia speranza a fronte di un deciso dietrofront americano. Eppure le borse hanno avuto momenti di grande entusiasmo, mentre i tassi d’interesse non accennano a flettere dopo le impennate degli ultimi tempi. La ragione potrebbe risiedere nella scarsa fiducia degli investitori in titoli a reddito fisso ma anche la necessità di una Federal Reserve Bank of America (la banca centrale USA, detta FED) di far recuperare terreno al Dollaro e alla fiducia degli investitori stranieri, vitali per assicurarsi di poter continuare collocare in grande quantità i “Treasuries” a stelle e strisce.

LA PREOCCUPAZIONE PER LA DISPONIBILITÀ DI PETROLIO NON È SVANITA

Il recente accordo con l’Iran ha invertito il legame quasi automatico tra tensioni geopolitiche, prezzi del petrolio, aspettative d’inflazione e mercati obbligazionari. Solo le borse hanno reagito con entusiasmo alla sottoscrizione degli accordi USA-Iran, che in realtà sembrano più una resa incondizionata da parte di Washington. In precedenza ogni dichiarazione di Trump riguardo a una tregua con l’Iran generava effetti positivi sui mercati finanziari. Ora che lo Stretto di Hormuz è stato riaperto e il rischio di carenza di petrolio si è dissolto, il mercato del reddito fisso è passato dalla paura di prezzi elevati del petrolio alla preoccupazione di un possibile surplus di offerta (che invece probabilmente non ci sarà perché occorre ricostituire le riserve strategiche prosciugate con la chiusura di Ormuz).


La cosa positiva è che con il calo del petrolio a 70-80 dollari al barile le aspettative di inflazione espresse dal mercato dei derivati finanziari sono subito diminuite, lasciando sperare che ciò possa spingere le banche centrali a lasciare aperti i rubinetti della liquidità.


LE ASPETTATIVE DI MINOR INFLAZIONE NON FANNO SCENDERE I TASSI

Il rovescio della medaglia è che il mercato dei titoli a reddito fisso non ha allentato la sua tensione e i rendimenti non sono scesi altrettanto. Una possibile ragione è che il mercato ha smesso di concentrarsi principalmente sull’inflazione e ha iniziato a concentrarsi sulla politica monetaria della Federal Reserve. L’altra però risiede sicuramente nella straordinaria offerta di titoli da parte di quasi tutte le nazioni occidentali, che spinge al ribasso i prezzi dei titoli esistenti e crea una corrispondente pressione al rialzo dei rendimenti.


LE BANCHE CENTRALI NON ALLARGANO I CORDONI

La banca centrale delle banche centrali (la Federal Reserve Bank of America detta FED) però non cambierà presto atteggiamento, dal momento che l’economia americana resta in crescita e l’inflazione potrebbe essere ancora persistente. La cosa si spiega con la necessità di evitare: nbsp; un surriscaldamento delle borse e dei mercati finanziari, il ribasso del dollaro americano il rialzo del prezzo dei beni rifugio (come l’oro e le criptovalute).

Per questi motivi la FED resta cauta e non vuole far scoprire troppo presto le proprie intenzioni.


Dunque il calo del petrolio e delle aspettative di inflazione avrebbe potuto favorire i titoli di stato americani e invece non lo ha quasi fatto. Ciò penalizza le fortune politiche del presidente Trump nonché i conti del Tesoro di tutti i paesi occidentali e mostra i due volti della comunità finanziaria:

  1. gli investitori in titoli azionari vedono il presidente americano come un leader che tende a fare marcia indietro tutte l volte che le conseguenze delle sue decisioni diventano troppo costose (e quindi festeggiano gli accordi di pace),
  2. gli investitori in titoli obbligazionari invece non si fidano delle istituzioni americane, dell’indipendenza della Federal Reserve, della sostenibilità del debito pubblico e, ovviamente, della politica di Israele che può far riaccendere il conflitto da un momento all’altro.

IL “BUY THE DIP” FUNZIONA SEMPRE

Dopo mesi di incertezza dovuta alla nuova guerra in Medio Oriente le borse valori hanno perciò individuato uno schema: quando Trump inizia a ritirarsi da una politica aggressiva che crea problemi ai mercati, allora è il momento di acquistare azioni . Lo stesso era successo quando aveva ridotto i dazi alle importazioni. La strategia “buy the dip” funziona: fino ad oggi chi ha acquistato durante i momenti di panico è sempre stato premiato.

I tassi d’interesse conseguenti allo scontro con l’Iran nel Golfo invece non sono tornati a ridursi significativamente con gli accordi di pace. Grandi investitori come fondi pensione, compagnie assicurative, banche centrali e fondi sovrani stanno ancora riducendo l’esposizione al rischio politico associato agli Stati Uniti, in passato considerato pari a zero.


IL DOLLARO DEVE FAR RITROVARE FIDUCIA AGLI INVESTITORI

Un altro tema importante riguarda il debito pubblico del resto del mondo: gli investitori del Medio Oriente e dell’Asia che tradizionalmente compravano titoli di stato americani oggi acquistano più debito europeo e canadese, oro e riserve di materie prime perché temono di vedere “congelati” quei fondi a seguito di potenziali future scaramucce.

Anche per questo motivo la FED non è diventata subito “colomba”: le occorre prima rafforzare il cambio del dollaro americano e ristabilire aspettative positive sul sistema finanziario USA, soprattutto circa la sostenibilità dei debiti pubblici. Al tempo stesso però le fa gioco tenere elevata la liquidità in circolazione: una borsa tonica e liquida attira gli investitori internazionali.

MA LE BORSE POTREBBERO PROSEGUIRE LA CORSA, SOPRATTUTTO MILANO

Quel che ne discende è tutto sommato un quadro di traslazione laterale in cui le borse potranno subìre delle correzioni ma restano in un trend rialzista e i tassi d’interesse non scendono ma, auspicabilmente, potrebbero aver finito di salire. Speculazioni di breve periodo a parte, gli auspici restano mediamente positivi. Anche per la nostra Borsa!


Stefano di Tommaso




IL PARADOSSO DEI MERCATI FINANZIARI

Nonostante il rincaro del petrolio, il rialzo dei tassi d’interesse e la corsa agli armamenti, nonostante dazi, sanzioni e instabilità geopolitica, le borse corrono, e non accennano a fermarsi. Anzi: le grandi “matricole” che stanno sbarcando in borsa (soprattutto in America) tonificano i mercati finanziari e il possibile accordo di pace in Medio Oriente potrebbe gettare altra benzina sul fuoco che tiene alte le borse! Sembra assurdo ma evidentemente ha delle spiegazioni razionali, anche perché la tendenza non accenna a invertirsi…

L’INFLAZIONE SALE ? NON IMPORTA

Negli ultimi mesi le borse hanno sostanzialmente ignorato il conflitto in Medio Oriente con il conseguente rincaro del petrolio, lo scontro dell’intero Occidente con la Russia e quello indiretto con Cina e India, la guerre commerciali americane, l’inflazione pericolosamente al rialzo (vedi qui sotto il grafico relativo all’inflazione in USA dei prezzi alla produzione, con un picco dell’ultimo dato mensile annualizzato giunto al 13,4%):


gli indicatori economici contrastanti e i tassi d’interesse in rialzo. I mercati finanziari hanno cioè continuano a godere di buona salute e sinanco l’economia ha mostrato grande resilienza. Anzi: gli investimenti proseguono in tutto il mondo e il prodotto lordo globale continua a crescere, e le borse valori crescono ancora di più, soprattutto in America (vedi qui sotto il grafico dell’indice SP500 della borsa americana), dove sono in corso operazioni miliardarie di raccolta di nuovi capitali.

L’ANDAMENTO RECENTE DEL PRINCIPALE INDICE DELLA BORSA AMERICANA: LO S.P.500

Gli osservatori spiegano l’euforia delle borse e il buon andamento dell’economia globale soprattutto con l’incremento costante della liquidità in circolazione nel mondo (si veda il grafico qui riportato):

IL CONFRONTO TRA LA LIQUIDITÀ IN CIRCOLAZIONE NEL MONDO E L’INDICE GLOBALE DELLE BORSE

Ma per spiegare questo paradosso sono anche state addotte tre ulteriori teorie:

  1. LA RICCHEZZA FINANZIARIA ACCUMULATA CHE VIENE SPESA E INVESTITA: un’intera copiosa generazione, quella dei “baby boomers” degli anni ‘50 e ‘60, sta oggi andando in pensione e spende la molta ricchezza accumulata in precedenza, nonostante con il pensionamento tenda a ridurre o azzerare il proprio reddito personale. La ricchezza finanziaria accumulata tuttavia non soltanto fa affluire nuova liquidità alle borse ma si sta anche traducendo in consumi e investimenti, anche a favore delle generazioni successive, ma non viene rilevata dal Prodotto Interno Lordo;
  2. GLI INVESTIMENTI TECNOLOGICI TRAINANO ANCHE I PROFITTI: dal momento che buona parte della creazione di valore nelle borse proviene dai settori industriali impegnati nelle tecnologie più avanzate, i copiosi investimenti aziendali impiegati nella transizione tecnologica, nella generazione di maggior energia sostenibile e in nuovi e più efficienti impianti produttivi e distributivi, stanno aiutando le imprese a creare valore, generare profitti e alimentare i progressi dei mercati finanziari, anche in un ambiente inflazionistico e caratterizzato da una crescita del costo del denaro;
  3. LO STIMOLO FISCALE TONIFICA LE BORSE: la crescita della spesa pubblica globale, trainata dalla transizione “green” e dall’ammodernamento / ampliamento di: infrastrutture, macchina militare e sistemi di intelligence. L’impennata della spesa pubblica in tutto l’Occidente sta generando stimoli positivi per la crescita economica, grandi profitti per le imprese coinvolte e un riflesso positivo sui mercati finanziari derivante dalla generazione di nuovo valore per gli azionisti.

L’ONDATA DI NUOVI I.P.O.

È probabile che le spiegazioni sopra riportate siano tutte corrette al tempo stesso, visto che borse stazionano intorno a quotazioni record e che negli ultimi giorni stiano venendo ul tonificate da una nuova ondata di grandi operazioni di I.P.O. (“Initial Public Offerings” cioè collocamenti di titoli emessi da nuove imprese che si affacciano al listino), attraverso le quali altre grandi imprese tecnologiche: al momento SpaceX, l’altra grande azienda fondata da Elon Musk, ha realizzato la più grande IPO di sempre con una valutazione record di 2 trilioni di dollari.


Ma stanno arrivando al listino MetaOptics, First Carolina Financial Services e Kardigan. Si parla poi molto anche di altre due maxi IPO (che dovrebbero superare insieme i 2 trilioni di dollari di ulteriore capitalizzazione di borsa: per OpenAI e di Anthropic, sebbene non ci siano ancora date precise al riguardo.


Queste grandi multinazionali super-tecnologiche stanno rastrellano dai mercati finanziari molto denaro (si parla di quasi un trilione -mille miliardi- di dollari in tutto) con i quali potranno proseguire gli investimenti industriali e infrastrutturali che a loro volta stanno alimentando nuovo sviluppo dell’economia, ovviamente soprattutto in America, dove si concentrano all’incirca i 3/4 della ricchezza globale (gli Stati Uniti d’America).

LE BORSE CORRONO ANCHE IN EUROPA

Ma, in quota minore il meccanismo di creazione di nuovo valore attraverso investimenti e stimoli pubblici sta funzionando anche per i mercati asiatici e per l’Europa, dove buona parte dell’avanzamento dei mercati finanziari proviene dalla razionalizzazione dei sistemi bancari e assicurativi e dalla ripresa della spesa infrastrutturale (nel grafico qui sotto riportato, l’indice MIB della borsa italiana, che lo scorso venerdì ha toccato il suo record storico):


Non a caso buona parte delle imprese quotate in tutto il mondo sta registrando una straordinaria crescita dei profitti realizzati e un incremento della produttività, nonostante il caro-energia, gli aumenti delle buste-paga e l’innalzamento dei tassi d’interesse.

QUANTO PUÒ DURARE IL RALLY DELLE BORSE?

Tutto bene dunque? L’attuale tendenza al rialzo è destinata a proseguire indefinitamente? Le risposte in proposito non sono altrettanto concordi. Molti osservatori-come il sottoscritto- temono che l’eccesso di ottimismo che ha nutrito fino ad oggi il mercato e il rialzo dei tassi d’interesse (si veda qui sotto il grafico del rendimento del bond federale americano trentennale) renda relativamente probabile uno scrollone delle quotazioni entro l’estate.

I TASSI D’INTERESSE A LUNGO TERMINE STANNO CRESCENDO STABILMENTE

Ciò tanto a causa di fattori stagionali quanto come naturale pausa di assestamento dopo una serie infinita di incrementi nei moltiplicatori di valore espressi delle quotazioni azionarie.

Ma non soltanto un’eventuale correzione temporanea potrebbe non invertire affatto una tendenza al rialzo che oramai si configura da lunghissimo tempo: il medesimo ragionamento che porta a pensare ad una salutare correzione delle borse può portare alla conclusione opposta: se le prospettive per i titoli di stato sono quelle dí progressive difficoltà nel collocare un loro sempre maggior volume e dunque se le prospettive sono quelle di rendimenti in salita e prezzi dei bond in discesa, ecco che l’investimento azionario resterà privilegiato anche in futuro nelle aspettative dei gestori di patrimoni, oltre che rappresentare uno strumento di difesa del risparmiatore nei confronti dell’inflazione.


INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NON SOLO

E non c’è perciò soltanto l’Intelligenza Artificiale a lasciare ben sperare per la profittabilità delle imprese di ogni comparto, ma esiste anche uno sviluppo straordinario della scienza medica e farmacologica che potrebbe consentire a buona parte dell’umanità di allungare le aspettative di durata della vita lavorativa, il che potrebbe contribuire non poco allo sviluppo economico e sociale, a compensare il calo delle nascite e a una maggior diffusione delle competenze scientifiche.


Sull’altro piatto della bilancia occorre tenere conto del fatto che molte zone del mondo (in particolare Medio Oriente ed Est Europa, ma non soltanto), nonostante i periodici accordi di pace, restano interessate a conflitti armati di intensità crescente e a ulteriori guerre striscianti, spesso alimentate proprio da quegli Stati Uniti d’America che dovrebbero avere il maggior interesse ad una pace duratura e ad una prospettiva di forte interscambio internazionale.

CHI GUADAGNA CON LE GUERRE

Ma fino ad oggi questo elemento di instabilità geopolitica non ha mai davvero nuociuto ai mercati finanziari, anzi! Con il rialzo del prezzo del petrolio chi ci ha davvero guadagnato è stata proprio la “Corporate America” (le imprese americane).


E se le tensioni e le contrapposizioni continueranno a prevalere allora anche i prezzi di energia, materie prime, derrate alimentari e terre rare resteranno sotto pressione, contribuendo a costruire uno scenario di lungo periodo che potrebbe restare caratterizzato da inflazione e svalutazione, e soprattutto da una crescente polarizzazione della ricchezza che viene in tal modo sistematicamente attratta verso le nazioni più forti, a scapito di quelle più deboli e con il rischio di accendere nuovi scontri sociali e confronti tra popoli rivali.

NEL FRATTEMPO LE BORSE SALGONO ANCORA

Nel frattempo però il mondo celebra gli accordi preliminari di pace con l’IRAN, le quotazioni del petrolio tornano a scendere e, conseguentemente, le borse non potranno non prenderne atto, brindando all’ennesima occasione di rialzo delle quotazioni !

Stefano di Tommaso




LE BORSE CORREGGONO IL TIRO

Più di tre mesi fa, subito dopo l’attacco Israelo-americano all’Iran, il mercato finanziario aveva fatto spallucce ai rischi geo-politici ed aveva proseguito imperterrito la sua corsa, nonostante il rialzo del prezzo del petrolio. L’unico vero rischio -si era detto- riguardava la possibilità che lo stretto di Hormutz rimanesse chiuso troppo a lungo, arrivando ad esaurire le scorte strategiche di petrolio delle principali nazioni occidentali e alimentandone il prezzo. Ebbene siamo nel quarto mese di guerra ancora oggi a ripetere la stessa cantilena, con l’aggravante che del conflitto mediorientale non si riesce a intravedere la fine, anche a causa della continua iniziativa militare di Israele.

la variazione delle scorte di petrolio negli USA ha raggiunto un record negativo che non si vedeva da 22 anni

L’INFLAZIONE È SEMPRE IN AGGUATO

L’impatto sull’economia globale della seconda Guerra del Golfo potrebbe perciò essere più forte di quanto molti osservatori hanno sinora voluto ammettere: il rischio è che il prezzo del petrolio riprenda a salire e che la scarsità di fertilizzanti possa provocare eccessi di rialzo nei prezzi delle derrate alimentari. Morale: l’inflazione resta sempre in agguato e se riprenderà la sua corsa allora i tassi d’interesse a lungo termine non potranno che risentirne, con le banche centrali che dovranno in qualche modo tirare i freni della liquidità nonostante le esigenze di collocamento dei titoli di stato di mezzo mondo. Ma soprattutto in tal caso la grande incognita rimarrebbe il costo dell’energia, che dipende fortemente ancora oggi dalle materie prime di origine fossile.

Di seguito i grafici relativi all’andamento dei principali indici di Wall Street: l’indice SP500 e quello del NASDAQ100.



E I TASSI D’INTERESSE STANNO CRESCENDO

Se ci aggiungiamo che le banche centrali non americane stanno progressivamente sostituendo le loro riserve valutarie in dollari con oro e titoli obbligazionari espressi in altre divise, viene facile arrivare a prevedere che il Dollaro potrebbe presto tornare a indebolirsi e che in tal caso i tassi dei titoli di stato americani non potranno che crescere ancora, ponendo in tal modo una seria minaccia anche alle generose valutazioni d’azienda delle multinazionali americane. Ecco il recente andamento dei rendimenti sui titoli americani a 3 e 30 anni (breve e lungo termine):



L’INDICE DI FORZA DEL DOLLARO E’ TORNATO SUI MASSIMI DI PERIODO

Resta dunque da vedere cosa potrà succedere sul fronte mediorientale perché, dal momento che buona parte delle attività finanziarie del pianeta è denominata in dollari o risiede negli USA, molto dipenderà dall’appetibilità per gli investitori del dollaro americano insieme all’atteggiamento delle banche centrali. Al momento il “Dollar Index” si è riportato in territorio fortemente positivo a causa delle ottime notizie arrivate dal mercato del lavoro (le aziende americane stanno assumendo) che però è una pessima notizia per l’inflazione (i tassi saliranno ancora). Country la liquidità dei mercati sta permettendo alle grandi IPO (SpaceX Anthropic e OpenAI), addirittura un’ over-subscription.


LE GRANDI IPO AMERICANE RACCOGLIERANNO MOLTO DENARO

Una parola al riguardo delle prossime IPO di SpaceX, Anthropic e OpenAI, dal momento che l’Intelligenza Artificiale continua a solleticare interesse tra gli investitori e soltanto per queste tre imprese si parla di una loro capitalizzazione complessiva di mercato superiore ai 4 trilioni di dollari (quattromila miliardi), anche se poi l’ammontare di risorse che si aspettano di raccogliere dall’aumento di capitale si collocherà “solo” intorno ai 250-300 miliardi di dollari. Sono cifre da capogiro che potranno essere raggiunte soltanto con una forte compiacenza del mercato e in costanza di forte liquidità disponibile. In questo momento però gli investitori iniziano a farsi molte domande.

I PROFITTI AZIENDALI CONTINUANO A SEGNARE NUOVI RECORD

Ciò detto il mondo resta affamato di nuove tecnologie, gran parte delle quali ancora oggi vengono soprattutto dagli USA, non soltanto perché in terra americana sono da sempre state coltivate e finanziate le migliori start-up, ma anche perché l’ambiziosissimo programma di investimento ancora in corso da parte di tutte le principali multinazionali tecnologiche americane ovviamente ha anche ricadute in termini di gemmazione di nuove iniziative imprenditoriali e sta consentendo alle grandi multinazionali di annoverare nuovi record nella loro redditività.


La domanda globale di tecnologie avanzate (tanto militari quanto civili) continua infatti ad alimentare i mega-profitti che hanno caratterizzato fino ad oggi l’ascesa del listino azionario di Wall Street. Le nuove tecnologie sembrano anzi marcare il confine tra vecchi e nuovi territori di sviluppo economico e pertanto le prospettive delle grandi multinazionali ipertecnologiche americane sembrano, ancora ad oggi, tutt’altro che “cotte”. Ma a condizione che un’eccessiva intensità degli eventi geopolitici arrivi a scatenare una recessione globale, la quale in tal caso interromperebbe la speranza di prosecuzione del “FEMO” (fenomenal earnings momentum) e, come conseguenza, le valutazioni delle cosiddette “Hyperscaler”.

MA TUTTO DIPENDERÀ DAL COSTO DELL’ENERGIA

Aziende come TSMC, Samsung, Google, Amazon, Microsoft e Meta stanno tra l’altro investendo non soltanto in ricerca e sviluppo, ma anche somme enormi in centri elaborazione dati, grandi scorte di semiconduttori dell’ultima generazioni e infrastrutture digitali. Questo ha indubbiamente aiutato l’economia americana a correre più delle altre e gli investitori a sperare in profitti consistenti nei prossimi anni in conseguenza degli investimenti in corso di realizzazione. Ma poiché tutto lo sviluppo delle nuove tecnologie sembra dipendere da una grande fame di energia elettrica, qualora il costo di quest’ultima divenisse eccessivo la corsa alle nuove tecnologie potrebbe subire una battuta d’arresto.

amount of power required by newly added AI servers each year 2022 and 2027

L’America fino ad oggi sta indubbiamente beneficiando della carenza di petrolio e gas nel pianeta con la crescita verticale delle proprie esportazioni e con quella delle esportazioni di armamenti che deriva dalla rafforzata domanda globale, e se teniamo conto del fatto che gli ingenti investimenti in infrastrutture tecnologiche ed energetiche non possono che alimentare soprattutto l’economia reale a stelle e strisce, il maggior costo dell’energia e i danni alle filiere di approvvigionamento globale restano innanzitutto sulle spalle di ciò che resta del resto dell’Occidente, lasciato sempre più a sé stesso dalla locomotiva economica americana e spiazzato sempre di più dalla competitività dell’industria cinese. Quest’ultima forte di un accesso privilegiato alle risorse naturali russe e capace di coniugare più di altri tecnologie alternative e capacità produttiva su vasta scala per ridurre i costi.

IL COSTO DEI TRASPORTI INTERNAZIONALI CONTINUA A CRESCERE

Il problema come sempre, soprattutto per i paesi diversi dagli USA, risiede nella capacità del commercio internazionale di sopravvivere senza troppi danni all’attuale periodo di instabilità politiche, tensioni tra gruppi di nazioni e rialzi dei costi dei noli e delle assicurazioni di trasporto. E perciò qualche rischio di riduzione della libera circolazione di merci e manufatti nel pianeta lo stiamo correndo, con la potenziale conseguenza della necessità di correre massicciamente ai ripari per il danneggiamento delle filiere di approvvigionamento globale con il ritorno a casa di molte produzioni in precedenza esternalizzate. Cosa che alla lunga può danneggiare non poco (per motivi diversi) tanto l’Europa quanto i paesi emergenti.


I RISCHI SONO CONCRETI E LE ASPETTATIVE SI DETERIORANO

Per tutte queste ragioni, nonché per fattori stagionali, l’idea di fondo è quella che i mercati obbligazionari potrebbero riprendere a realizzare minusvalenze causate dagli aumenti di tassi di rendimento richiesti dal rischio inflazione e che i mercati azionari, pur trainati da tecnologie e profitti, possano fino ad oggi aver incorporato un eccesso di ottimismo che li costringa ad entrare in una fase di maggiore instabilità. Il rischio è concreto e, sui mercati finanziari, più che i fatti contano le aspettative. Ragione per cui gli investitori si stanno già muovendo in direzione dell’ennesima rotazione dei portafogli, contribuendo a far si che le peggiori aspettative si autorealizzino…

Stefano di Tommaso




FINE DI UN CICLO O NUOVA ERA ?

I mercati finanziari continuano a correre perché in tutto il mondo l’economia sta continuando ad andare bene, nonostante la carenza e il rialzo dei prezzi di petrolio e energia. Le aziende fanno utili e programmano buy-back, le banche centrali abbondano con la liquidità e sinanco il mercato dei titoli a reddito fisso ha limitato i rialzi dei tassi che molti temevano. In effetti l’economia globale corre: trainata dagli imponenti investimenti tecnologici ed energetici in corso, nonché dagli ordinativi di armamenti. Il manifatturiero è tornato in espansione da inizio anno. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile e i licenziamenti annunciati sono stati inferiori alle attese. Ma il mercato azionario, asceso ai livelli più alti di sempre, è divenuto per definizione instabile. Un suo semplice scrollone potrebbe provocare esso stesso una recessione.

 

L’INFLAZIONE AMERICANA TENDE COMUNQUE UN PO’ AL RIALZO

 

I FONDAMENTALI SONO RELATIVAMENTE BUONI

L’economia reale per il momento sembra non risentire dell’incremento dell’inflazione (che relativamente elevata a Maggio ma che al momento non sembra voler proseguire l’impennata registrata ad Aprile), anche perché le stime indicano un rallentamento della crescita del PIL americano (siamo all’1,2% annualizzato nei primi 4 mesi). Ma anche l’intero Occidente sta rallentando. La produttività del lavoro è invece cresciuta parecchio: negli USA quasi il 3% annuo nel primo trimestre.

UNA COMBINAZIONE FAVOREVOLE ALLE BORSE

L’economia di tutto il pianeta sembra al momento mostrare una combinazione favorevole per i mercati finanziari: utili aziendali record, dollaro e mercato del lavoro ancora solidi, produttività in crescita e inflazione moderata. Non a caso l’indice Standar&Poor 500 (SP500) ha raggiunto un nuovo massimo storico, chiudendo a 7.590 punti favorito dalla forte crescita degli utili attesi delle aziende e da un relativo calo del petrolio.

L’ANDAMENTO DELL’INDICE PRINCIPALE DI WALL STREET

Ovviamente in Europa tutto è un po’ più diluito rispetto agli USA ma le tendenze sembrano le medesime.

L’ANDAMENTO DELLA BORSA ITALIANA

Anche i tassi a lungo termine espressi dal rendimento dei titoli di stato americani sono scesi leggermente, interrompendo la spirale di crescita che sembravano aver preso.


POCHE MULTINAZIONALI MUOVONO IL LISTINO

Il punto è che la crescita dell’indice SP500 è stata drogata dalla liquidità globale, dai buy-back, da profitti che non è così scontato rimarranno sempre così generosi e poi si è concentrata soltanto su alcuni comparti. Negli USA (che fanno il 75% del mercato finanziario globale) sono le prime 11 società per valore di capitalizzazione a Wall Street, cioè quelle che superano i 1.000 miliardi di dollari ad essere ascese molto. Complessivamente esse raggiungono i 29.000 miliardi di capitalizzazione di borsa, mentre la dodicesma: Walmart, entrata nel club del trilione di dollari per alcune settimane e recentemente uscita, è poco sotto a tale cifra.


Se includiamo anche Walmart nel gruppo, allora le prime 12 società USA raggiungono una capitalizzazione complessiva di 30.000 miliardi di dollari, pari a circa il 43% della capitalizzazione di tutte le società dell’indice S&P 500. Ecco l’elenco completo delle prime 15 società al mondo per capitalizzazione:

DELLE 15 SOCIETÀ CHE VALGONO UN MILIARDO O PIÙ 12 SONO AMERICANE

  1. NVIDIA : 5.110 miliardi (USA)
  2. Apple : 4.580 miliardi (USA)
  3. Alphabet: 4.570 miliardi (USA)
  4. Microsoft : 3.340 miliardinbsp; (USA)
  5. Amazon : 2.910 miliardi (USA)
  6. Taiwan Semiconductor Manufacturing Company: 2.170 miliardi (ROC)
  7. Broadcom : 2.120 miliardi (USA)
  8. Saudi Aramco 1.798 miliardi (SAUDI)
  9. Tesla : 1.640 miliardi (USA)
  10. Meta Platforms : 1.610 miliardi (USA)
  11. SK Hynix $1.099 miliardi (SK) Micron Technology : 1.090 miliardi (USA)
  12. Eli Lilly : 1.040 miliardi (USA)
  13. Berkshire Hathaway : 1.020 miliardi (USA)
  14. Walmart : 922 miliardi (USA).

Durante il piccolo ribasso verificatosi tra Febbraio e i primi di marzo di quest’anno il valore combinato delle prime 12 società americane per capitalizzazione era diminuito di 1.800 miliardi di dollari. Nei 2 mesi successivi il loro valore complessivo è aumentato di 4.900 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, la loro capitalizzazione è passata da 6.000 miliardi a 30.000 miliardi di dollari cioè è salita di 24 trilioni.

UNA CORREZIONE DOPO TALE CORSA È SEMPRE POSSIBILE, MA PUÒ FAR DANNI

A questi livelli le quotazioni dei titoli possono divenire molto volatili, come ad esempio si è visto spesso per Tesla. E una capitalizzazione complessiva di dodici titoli pari a 30 trilioni di dollari, cioè poco meno della metà dell’indice SP500, può generare effetti a catena molto superiori a quelli delle precedenti correzioni di borsa del passato. Nel grafico il peso sull’indice principale di Wall Street dei soli semiconduttori:

L’intero debito pubblico americano (il più grande del mondo) ammonta a una cifra di poco superiore: 39,2 trilioni di dollari (il debito pubblico italiano ammonta a 3,71 trilioni di dollari). Ogni possibile calo della capitalizzazione complessiva di queste società rappresenterebbe migliaia di miliardi di dollari che svaniscono dai portafogli degli investitori.


Se, ad esempio a causa di una nuova fiammata del prezzo del petrolio, si verificasse anche solo una correzione del 20% verrebbero cancellati circa 6.000 miliardi di dollari solo per le prime 12 società americane. Il settore tecnologico ha già visto diverse volte dopo periodi di guadagni straordinari come questi anche dei momenti di correzione.

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L’ANDAMENTO ONDIVAGO DEL PREZZO DEL PETROLIO NEGLI ULTIMI ANNI

Questa volta però la distruzione potenziale di diversi trilioni di valore può generare una recessione globale. Una “normale” correzione dell’umore degli investitori, con una tale posta in gioco, può generare l’opposto dell’effetto ricchezza e influenzare negativamente le aspettative economiche. In America oltre il 62% degli americani adulati, circa 170 milioni di persone, possiede titoli azionari e una piccola variazione nelle quotazioni di questa manciata di titoli, che potrebbe avvenire in qualsiasi momento, potrebbe teoricamente arrivare a invertire l’attuale crescita economica in recessione, molto probabilmente con effetti anche per buona parte del resto dell’Occidente.


LE ANALOGIE CON LA BOLLA DELLE INTERNET COMPANIES DEL 2000

E’ ciò che accadde un quarto di secolo fa con lo scoppio della bolla delle società “Dot-Com”, che ha molti punti in comune con l’attuale “bolla” speculativa dell’Intelligenza Artificiale: un anno dopo l’inizio del crollo, nel marzo 2001, gli Stati Uniti entrarono in recessione, la quale durò fino al novembre dello stesso anno. Tuttavia le quotazioni di borsa non smisero di scendere fino all’ottobre 2002, quando il Nasdaq aveva ormai perso quasi l’80% del suo valore. La recessione fu anche provocata dallo scoppio della bolla immobiliare che provocò un crollo della fiducia sul sistema bancario americano, all’epoca debole e sottoposto a poche regole.


Lo stesso rischio sistemico lo stiamo correndo con i titoli di stato di tutto l’Occidente, sottoposti a un forte rischio di minusvalenza a causa della possibilità che l’inflazione scateni ulteriori rialzi dei tassi d’interesse. Oggi un numero crescente di cittadini e istituzioni americane detiene una parte rilevante della propria ricchezza in titoli del debito pubblico federale. Nella tabella si può vedere che la quota di debito detenuta dal pubblico indistinto è pari a circa il 100% del del PIL americano e che questo importo nel giro di altri trent’anni potrebbe quasi raddoppiare.

I RISCHI GEOPOLITICI INCOMBONO ANCORA

Tutto questo per osservare l’estrema rischiosità del momento mentre le borse continuano a crescere oltre i precedenti massimi. L’America al tempo stesso sta coinvolgendo i suoi alleati in numerosi conflitti locali (in Africa, Asia, Medio Oriente e, indirettamente, in Europa orientale) con il rischio che questo possa rilanciare l’inflazione. Ecco come è andata fino a ieri:

Come siamo arrivati in cima alla vetta delle attuali quotazioni di borsa? Principalmente per due motivi: perché le politiche monetarie sono state molto espansive (amplificando i moltiplicatori dei profitti) e perché buona parte dei lauti profitti derivano dagli investimenti resi necessari dalla rivoluzione tecnologica in atto, paragonabile a quella della prima rivoluzione industriale.


Ma quando si arriva ai livelli attuali il rischio è quello di una destabilizzazione dei mercati finanziari. Le banche centrali hanno contribuito a gonfiare i prezzi degli asset finanziari, ad aumentare le disuguaglianze patrimoniali ma soprattutto a creare le basi per un’inflazione più forte e persistente, che potrebbe generare forti perdite di potere d’acquisto dei salari e dunque instabilità politica.

LE NUOVE TECNOLOGIE POSSONO CONTRASTARE LO SQUILIBRIO

Nel medio termine invece le nuove tecnologie possono generare effetti deflattivi compensando l’aumento del costo di energia e materie prime con l’incremento di produttività del lavoro e la generazione di nuova ricchezza. Dunque non v’è certezza al riguardo dell’inflazione perché quella in atto è una trasformazione paragonabile alla prima rivoluzione industriale che traina anche il progresso tecnologico e scientifico. Se riuscirà a incrementare la produttività economica allora lattuale tendenza al rialzo del rapporto debito/PIL del mondo intero potrebbe invertirsi.

La trasformazione tuttavia crea forti disagi iniziali perché molti lavori verranno cancellati, modificati o automatizzati. Nel giro di una generazione il tenore di vita potrebbe raddoppiare aiutando a creare nuova ricchezza però il rischio è che i cambiamenti derivanti dalle nuove tecnologie avvengano troppo rapidamente, le persone si sentano disorientate e crescano reazioni politiche ostili all’innovazione, con turbolenza nel periodo di transizione.

L’analisi odierna suggerisce perciò che, al netto dei continui rischi geopolitici, il ciclo legato all´iper-digitalizzazione richiesta dall´A.I. sembra permanere, con la conseguenza di una tendenza positiva per l’economia globale nel medio-lungo termine. Permane altresì una certa probabilità che la crescita economica che ne consegue venga intervallata da fasi intermedie di instabilità e di problemi socio-economici conseguenti alla transizione tecnologica.

I PROFITTI CRESCONO ANCHE PER LE SOCIETÀ NON TECNOLOGICHE

PER IL MOMENTO PERÒ LA VOLATILITÀ RESTA AI MINIMI

I mercati finanziari, fortemente dipendenti da ciò che accade in America dove è estrema la propensione allo sviluppo di nuove tecnologie, stanno riflettendo tali aspettative positive, ma con il rischio di aver esagerato e dunque di dover subire una correzione lungo il percorso. Al momento tuttavia la volatilità dei corsi sembra tornata sui minimi storici e la temuta correzione, dopo i continui superamenti dei precedenti massimi di borsa non sembra materializzarsi.


Questo però non stupisce troppo, perchè la liquidità dei mercati resta molto elevata e la fiducia degli investitori ha “tenuto” fino ad oggi, sulla previsione che in Medio Oriente la situazione possa ritornare nei ranghi. I mercati cioè hanno deciso di ignorare la variabile geopolitica, anche perché non risulta prevedibile. In effetti in assenza di shock asistematici il mondo potrebbe assaporare le ricadute positive delle nuove tecnologie su tutti i settori. Se invece il prezzo dell’energia dovesse salire troppo lo scenario positivo verrebbe rinviato, chissà per quanto!

Stefano di Tommaso