SE I PROFITTI CRESCONO E LE BORSE BRINDANO, ALLORA LA RECESSIONE È PIÙ LONTANA ?

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“Mi spiace deludervi, ma le notizie sulla mia morte sono fortemente esagerate”. Anche senza citare l’arcinoto aforisma di Mark Twain, se dovessimo dare il microfono alla ripresa economica globale, sarebbe difficile immaginarla pronunciare una frase molto diversa. Se da un lato infatti si moltiplica il numero di soloni che annunciano cataclismi prossimi venturi, recessioni imminenti e crolli di borsa in arrivo, i dati economici provenienti dalle maggiori imprese multinazionali raccontano una storia molto diversa, fatta di profitti e salari che crescono ancora, mentre la disoccupazione (non soltanto americana) continua la sua discesa. Sono passati già i primi quattro mesi del 2019 e i principali indici azionari di Wall Street non accennano a regredire, toccando anzi nuovi massimi storici e trascinando al rialzo quasi tutte le altre borse.

 

La storia non si ripete mai allo stesso modo e riuscire a interpretare correttamente i nuovi paradigmi dei tempi che cambiano sta diventando sempre più difficile, un po’ per via della progressiva digitalizzazione dell’economia, per la sua crescente finanziarizzazione e per la progressiva condivisione della proprietà di quasi tutto quello che viene prodotto (che sono fenomeni difficili da incorporare nelle nuove teorie economiche) e un po’ perché sembrano scomparsi o alterati anche i normali cicli di espansione e recessione di produzione industriale e consumi.

Quelle oscillazioni dell’andamento economico che ci eravamo infatti abituati a vedere pulsare quasi regolarmente nell’ultimo secolo, oggi invece, alla luce della grande crisi del 2008-2009 e dell’espansione economica che da allora è iniziata e da allora non sembra mai terminare, sembrano sempre più difficili da interpretare: sono stati soltanto fortemente amplificati o magari sono addirittura scomparsi? Stiamo vivendo un lunghissimo ciclo economico espansivo costellato di piccole pause di parziale stagnazione che ogni volta spingono a lanciare nuovi allarmi, tutti regolarmente rientrati sino ad oggi.

I pessimisti potranno obiettare che le buone notizie non si estendono ad ogni settore dell’economia, lasciando per esempio indietro i prezzi degli immobili non commerciali, le vendite di molti beni durevoli (come le automobili e gli elettrodomestici) e le quotazioni di materie prime e derrate alimentari. Sempre secondo i pessimisti senza l’immissione di nuova liquidità da parte delle banche centrali i mercati finanziari si sarebbero già fracassati al suolo e gli investimenti si sarebbero arrestati.

Gli ottimisti dall’altra parte fanno notare che l’economia non può crescere senza che si espanda di pari passo l’offerta di moneta, che se c’è più debito in giro per il mondo è anche perché c’è più disponibilità a concederlo e che se ci sono consumi che calano ce ne sono altri che decollano, come ad esempio le spese mediche e quelle per la cura della persona. E via dicendo che il prezzo del petrolio non accenna a scendere perché evidentemente la sua domanda è robusta, che sempre più servizi digitali vengono oramai utilizzati nel mondo (anche dalle persone anziane) sebbene un notevole numero di essi venga erogatori rete in forma semi-gratuita (spesso in cambio di pubblicità) o a tariffe stracciate (ad esempio gli organi di stampa, notiziari e cinematografia)…

Quello che però non pare di poter scorgere all’orizzonte è una crisi vera e propria dei consumi oppure una riduzione degli investimenti o ancora un calo dei commerci internazionali, nonostante l‘accresciuto debito globale, la tanto sbandierata guerra delle tariffe doganali, le (supposte) tensioni geopolitiche e l’estendersi di sanzioni americane contro tutti gli avversari politici del mondo.

L’unico settore industriale che tutto sommato non sembra proprio riuscire a riprendersi a dovere è il quello dei veicoli da trasporto. Afflitto dal problema dell’inquinamento ambientale, tormentato dall’arrivo della trazione elettrica che però è ancora lontana dal rimpiazzare i motori termici, in attesa di una vera e propria capacità di guida autonoma, (probabilmente in arrivo con il progredire dell’intelligenza artificiale ma per il momento ancora non affidabile), l’industria dell’auto per molti decenni è stato il cavallo di battaglia dell’Europa continentale mentre oggi ne segna il suo declino tecnologico e commerciale, con l’avvento invece di protagonisti americani (come Tesla) e asiatici (giapponesi, coreani, cinesi e indiani).

Le vendite di automobili oramai stagnano da qualche anno ma al tempo stesso l’auto oggi si rinnova nelle forme (suv, promiscuo, urbano e micro), nella trazione (ibrida-elettrica o a idrogeno), nelle forme di possesso (car-sharing, noleggio, rinnovo programmato, pay-per-use), e nella guida (sempre più assistita dall’intelligenza artificiale) e queste nuove tendenze segnano il declino dei produttori tradizionali e l’ascesa di nuovi protagonisti.

E se tuttavia il declino del mercato dell’auto tradizionale a motore termico lascia i suoi graffi un po’ dappertutto nel panorama industriale globale, genera disoccupati e impone nuove efficienze di costo a produttori di componentistica, accessori, materiali di consumo e molti altri (ad esempio a rivenditori, distributori, operatori logistici e persino agli assicuratori) molti dei quali in passato avevano potuto assaporarne i ricchi margini, esso non è tale da riuscire trascinare al ribasso l’intera economia mondiale.

Al tempo stesso infatti sta decollando l’industria aerospaziale, stanno prendono forma nuovi servizi digitali, vedono la luce nuovi impianti tecnologici che rispettano l’ambiente e funzionano quasi senza personale che li manutiene, l’informatica continua la sua espansione, l’industria dell’intrattenimento non rallenta la sua crescita, ma soprattutto la crescita della popolazione globale (di umani e di animali domestici) sospinge la ricerca e lo sviluppo industriale dell’alimentazione e delle bevande, di integratori alimentari e di specialità di ogni genere.

Il mondo insomma va avanti in molte direzioni cercando al tempo stesso di emanciparsi dall’industria inquinante e inefficiente del recente passato, e ciò penalizza le vendite di auto private così come il consumo di carburanti di origine fossile, rinnovando il palcoscenico globale della “nuova economia” con altri e nuovi protagonisti nell‘ immancabile tristezza dei settori in declino, degli ecosistemi non sostenibili e delle aree geografiche le cui comunità imprenditoriali non riescono a rinnovarsi allo stesso ritmo.

“Niente di nuovo sotto il sole” dice la Bibbia nel libro dell’Ecclesiaste, o forse è proprio il sopraggiungere del “nuovo” ciò che più spaventa i nuovi soloni e che li spinge a presagire sventure?

Stefano di Tommaso