I PROFITTI NON SONO TUTTO PER LE IMPRESE

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A limitarsi a questa affermazione apodittica sembrerebbe di leggere qualche testo sacro di management aziendale degli anni ‘70, se non addirittura qualche testo sacro della politica come “il capitale” di Carl Marx o, più prosaicamente, “capitalismo nel 21° secolo” di Thomas Piketty. Chi lo annuncia invece (e con gran fanfara) sono i managers di 180 tra le più importanti multinazionali americane, che, attraverso una loro associazione (La Business Roundtable”, si chiedono non quale sia la più vivibile delle società civili, bensì quale sia il più efficiente dei sistemi capitalistici. In altre parole un’associazione che persegue obiettivi economici e non filantropici.

 

LA SOSTENIBILITÀ, INNANZITUTTO

La “Tavola Rotonda degli Affari” ha infatti pubblicato un documento nel quale si mette nero su bianco che, d’ora in poi, il profitto non sarà più l’unico obiettivo perseguito dalle aziende americane. Una Governance Aziendale basata sulla salvaguardia economica, sul benessere dei dipendenti delle aziende, su quello di clienti e fornitori, nonché sulla tutela dell’ambiente, secondo questo documento, è altrettanto se non maggiormente utile a creare valore per gli azionisti, assicurando un futuro sostenibile per le loro aziende e anche per il mondo.

Ci sono le firme, tra quei 180 grandi nomi, non soltanto grandi manager professionisti, ma anche e soprattutto alcuni tra i maggiori capitalisti dell’era moderna come ad esempio: Tim Cook della Apple, Jeff Bezos di Amazon, James Quincey di Coca Cola, Giovanni Caforio di Bristol-Myers Squibb, Lachlan Murdoch (figlio di Rupert) della Fox Communication, Jamie Dimon della JpMorgan e Doug McMillon di Walmart.

OLTRE LA RETORICA POLITICA

E visto che il documento, amplificato dalla grancassa del “mainstream”, ha fatto immediatamente il giro del mondo, c’è stato chi ha applaudito e sospirato qualche “finalmente” e chi invece ci ha voluto leggere una svolta tutta politica dell’associazione che riunisce i capi delle più grandi aziende multinazionali americane contro la filosofia del “neo-liberismo” a tutti i costi alla Milton Friedman o addirittura contro i principi ispiratori del capitalismo stesso (il “profitto”, innanzitutto), a favore del partito democratico e -ovviamente- contro i principi ispiratori dell’amministrazione Trump alla Casa Bianca.

Ma il messaggio in realtà sembra essere più profondo e voler superare il perseguimento dei massimi profitti o “greed is good” (l’avidità è una cosa buona) come avrebbe detto Gordon Gekko nel film “Wall Street”: arricchitevi e qualche goccia della ricchezza scenderà anche alla base della piramide sociale.

I PRECEDENTI DI LUIGI ZINGALES E LARRY FINK

Già più di un decennio fa Luigi Zingales (professore di economia all’Università di Chicago e uno dei più influenti pensatori del nostro tempo) se la prendeva con il “crony capitalism” (cioè la mera vittoria delle classi sociali più abbienti e dei favoritismi) e affermava che “bisogna ripensare profondamente il capitalismo, salvandolo dai capitalisti” e auspicava riforme radicali dei mercati regolamentati dei capitali, invitando chi governa il mondo a trovare il modo di conciliare la logica di miglioramento dell’efficienza aziendale con gli obiettivi di lungo periodo che assicurano la sostenibilità di lungo periodo al business, fino ad affermare che, per farlo, anche l’inequità sociale è un problema.

L’anno scorso fu Larry Fink, il numero uno di BlackRock (il più grande fondo di investimento del mondo), nel corso dell’ultimo World Economic Forum di Davos, che stupì tutti chiedendo alle grandi imprese multinazionali di impegnarsi di più sul tema delle ricadute sociali non già per fare filantropia ma bensì perché sarebbe stato un modo più lungimirante di assicurare valore per gli azionisti.

IL SUPERAMENTO DELL’ “AZZARDO MORALE”

Oggi anche gli analisti finanziari avvertono che le politiche di investimento nell’innovazione, nel rispetto dell’ambiente e nell’economia sostenibile generano più valore di quelle che viceversa varcano la soglia dell’ “azzardo morale”. Ed è addirittura l’amministratore delegato della più grande banca d’affari al mondo (Jamie Dimon), al tempo stesso presidente dell’associazione che ha lanciato il messaggio, che denuncia: “il sogno americano è vivo ma si sta erodendo”. “I grandi datori di lavoro investono nei loro dipendenti e comunità perché sanno che è il solo modo per avere successo nel lungo periodo”.

Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, scrive entusiasta che gli uomini d’affari “hanno capito che un mondo troppo ingiusto non era un affare nemmeno per loro”. Il “better capitalism” insomma non sembra essere soltanto una moda ma anche una maniera più razionale di fare gli interessi di chi investe, concentrandosi nel “purpose” delle aziende e sulla sua concordanza con l’ambiente in cui opera. Interpretando cioè in chiave più moderna la propria capacità di interpretare meglio -e prima degli altri- le esigenze della sua platea di consumatori.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, ma soltanto un modo più intelligente di fare business. Speriamo che il verbo si diffonda!

Stefano di Tommaso