UN COLPO AL CERCHIO E UNO ALLA BOTTE

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L’attacco americano alla base militare siriana da cui erano partiti gli aerei che hanno colpito malati e bambini è sembrata ai fan e agli alleati del Presidente una sortita paradossale. Certo difficile da comprendere.
Una manovra per ricordare a Assad (e a chiunque altro) che non si può esagerare, per mostrare al mondo che l’America è il suo “poliziotto” e al tempo stesso per riportare al centro l’ago della bilancia degli equilibri politici interni americani.
Una manovra che non ha però tenuto conto dei rischi che essa comportava sulla geopolitica globale.

UN COLPO A SORPRESA

È molto probabile che i missili americani siano stati voluti lanciare soltanto a scopo dimostrativo. Non dovevano avere incidenza sul piano militare, bensì scrivere un messaggio rivolto soprattutto alla politica interna USA. In realtà se Trump non mostrerà che ha una strategia veramente geniale, egli appare essere caduto in una trappola.
L’attacco unilaterale, deciso a caldo e senza nessun passaggio preventivo (né all’ONU, né con gli alleati) intendeva mostrare un Presidente capace di mantenere autonomia da Mosca e con un proprio potere decisionale. Alle strette per il “Russiagate”, Trump ha ascoltato chi gli suggeriva che l’unico modo per non mostrarsi debole fosse colpire lui a sua volta chi aveva (probabilmente per errore o senza saperlo) colpito su un deposito di veleni tenuto apposta vicino a dove si trovavano bambini.
Forse Trump voleva mostrare a suo modo un senso umanitario, il distacco degli USA dalla spavalderia di chi attacca anche gli ospedali ma, principalmente, voleva ammutolire chi lo vuole sottomesso a Putin e fugare i fantasmi di chi lo paventa auspice di una nuova dottrina Monroe (ritiro USA dai principali scacchieri internazionali).

L’OBIETTIVO SBAGLIATO

La base colpita dai missili di Trump (quella da cui erano partiti gli aerei che hanno fatto saltare il deposito di veleni) era tuttavia essere un avamposto importante contro l’ISIS. Una delle principali da cui partivano le missioni contro lo Stato Islamico sul fronte sud, il territorio tra Palmira e Deir Ezzor. Forse a Trump non hanno spiegato bene che colpire questa base avrebbe solo dato respiro al Califfato, in precedenza in ritirata ovunque.
Fino al 7 aprile l’equilibrio che si stava configurando a luci spente in Siria era:
– Assad e i russi avrebbero vinto la guerra contro i ribelli e l’ISIS;
– Gli USA di Trump avrebbero partecipato al trionfo conquistando Raqqa e beneficiato della pacificazione generale del Medio Oriente;
– Alla Turchia sarebbe stato lasciato il controllo sul territorio a ridosso del suo confine, per smaltire i profughi e controllare i curdi.
– La questione curda e gli equilibri in Siria sarebbero stati discussi in seguito.
La strategia di Trump fino a ieri sembrava molto più chiara, ma a qualcuno quello scenario non era piaciuto e ha trovato la buccia di banana su cui farlo scivolare.

CHI ERA RIMASTO SCONTENTO

L’Arabia Saudita avrebbe voluto infatti veder instaurare un governo sunnita in una Paese storicamente ostile.
Israele, nonostante le garanzie di Mosca, recentemente ha visto potenziare il peso politico e militare degli Hezbollah e del loro dante causa: l’Iran. Per Israele il vero pericolo non è la dinastia Assad, tollerata da 40 anni, bensì Teheran. Il quadro che vedeva la Siria troppo vicina all’Iran non gli dava sufficienti garanzie.
Israele aveva bisogno di un segnale forte contro l’Iran, che da Obama non era mai arrivato, nonostante l’aiuto fornito ai miliziani sunniti.
La Turchia infine in Siria aveva dovuto rinunciare all’operazione Scudo dell’Eufrate accettando la crescita delle milizie curde, perché decisive sul fronte anti ISIS. Erdogan, vedendo il rischio di rimanere col cerino in mano, ha ricominciato ad alzare i toni contro Assad, dopo averli attenuati per un anno per compiacere Putin.
Le conseguenze dell’attacco alla Siria di Assad possono essere ben maggiori di ciò che si poteva immaginare inizialmente e si vedranno nei prossimi giorni nelle relazioni USA con la Russia. La pazienza di Mosca con gli atteggiamenti ondivaghi di Trump non sarà infinita: Putin ha già annunciato la fine della collaborazione con gli USA per la sicurezza nei cieli siriani.

CHI CI GUADAGNA

In tutto questo esultano dunque l’Isis e il movimento sunnita supportato dall’Arabia e dagli Emirati, la Turchia, Israele, il clan dei Clinton alleato a quello dei repubblicani “dissidenti” di MacCain e, soprattutto, chi ci sta dietro. Chi ci perde è l’ala moderata dell’Islam con la fazione sciita dell’Iran e i suoi alleati di sempre: Russia e Cina.
Dopo aver perso le elezioni presidenziali l’ex Segretario di Stato USA era alla ricerca di alleati sul fronte anti Assad. Per l’ex First Lady il ritorno alla guerra fredda è, per vari inconfessabili motivi, un obiettivo primario.
I primi sentori che il vero potere di veto in politica estera ce l’avessero il Pentagono e le lobbies interessate alla vendita degli armamenti che lo controllano, si avevano già dai primi giorni dell’insediamento del Presidente alla Casa Bianca. Il Russiagate era preparato da un pezzo e poco dopo ad uno ad uno, tutti i collaboratori di Trump “alternativi” alla politica atlantista sono caduti. Come Michael Flynn e Stephen Bannon, rimossi dagli incarichi sulla sicurezza nazionale.
Trump per il momento sembra perciò solo caduto nella trappola di chi non lo vuole allineato a Putin.
Nei fatti adesso l’equilibrio politico tra i due partiti negli USA è ritornato simile a quello da tempo visto nell’Unione Europea : fronti politici tradizionalmente ostili tra loro si alleano contro i movimenti “populisti” che intendono resistere alla globalizzazione forzosa e rispolverare le specificità e identità nazionali.

QUALE LINEA POLITICA PER TRUMP?

Trump sembrava aver indicato alle classi medie e ai paesi non allineati una propria terza via, ma la speranza di affrancarsi dal fronte a lui contrario con colpi di coda come i 59 missili lanciati alla Siria per scopi dimostrativi non gli gioverà a lungo.
Con il suo cerchiobottismo Trump rischia di mostrarsi solo incapace di imporre quella terza via per la quale è stato eletto.
Dopo l’attacco USA alla Siria, c’è anzi una sola certezza: colpire chi aveva bombardato probabilmente per errore un deposito di armi chimiche non è stata un’operazione umanitaria bensì forse una trappola.
L’ISIS adesso esulta: lo scacchiere mediorientale è stato rovesciato, mentre Cina e Russia si interrogano o sono silenziosamente consenzienti per finalità “esterne
Il partito della guerra segna un bel punto a proprio favore, mentre l’instabilità politica darà forse una mano alla volatilità delle borse e al rialzo dei tassi e del petrolio.
Quale che sarà la prossima mossa, il Presidente ha messo la sua credibilità a forte rischio!

 
Stefano L. di Tommaso