L’infinita agonia della Grecia

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Con la Grecia -dopo pochi mesi dal “salvataggio”- di nuovo sull’orlo del baratro, non dovrebbe risultare così difficile ammettere che il programma impostole dai creditori dell’Unione Europea è stato un vero e proprio fallimento. L’Italia guarda ovviamente con molta attenzione agli sviluppi della situazione greca, quali indicatori di quello che con una certa probabilità potrebbe coincidere con il proprio destino, se non cambiano le regole del gioco economico comunitario.


Con un avanzo primario del 3,5% del P.I.L. nel 2016 cosa è venuto in mente ai burocrati della Commissione Europea? Di chiedere un aumento del tasse, ovviamente, così da uccidere sul nascere qualsiasi ripresa economica e degli investimenti.

Oggi sono in molti a credere che, in caso di referendum sulla permanenza in Europa il partito del NO stravincerebbe. Il programma di austerità imposto oramai sette anni fa dall’Unione non ha prodotto che un aumento del debito pubblico dal 120% al 180% con un prodotto interno lordo che si è contratto da €354 miliardi a €195 miliardi dal 2008 al 2015 (approssimativamente meno 45%) e ha costretto mezzo milione di cittadini greci ad emigrare ufficialmente all’estero (soprattutto giovani e laureati) dato l’aumento della disoccupazione dal 7% del 2009 al 28% del 2015.

Con il programma di austerità proposto si assumeva che la Grecia potesse riportare il suo debito al 120% del P.I.L. già nel 2020 e che nel corso di dieci anni il P.I.L. stesso potesse crescere del 4% annuo. Ipotesi ovviamente irrealizzabili anche nel migliore degli scenari globali e totalmente in conflitto con le richieste di maggior austerità che provengono da Bruxelles!

Ovviamente il persistere di tali pressioni può facilmente portare il partito di Tsipras, attualmente al governo, ad accettarle “ob torto collo” ma questo non farebbe che precipitare il Paese verso ulteriori tensioni sociali e, in definitiva, verso l’uscita dall’Euro e dall’Unione.

È chiaro che in tale scenario le Borse di tutta Europa ne risentirebbero negativamente e che soprattutto si aggiungerebbe nuova benzina sul fuoco delle tensioni tra europeisti e disgregazionisti in un momento cruciale quale quello del voto della Francia per il nuovo Presidente della Repubblica (dove il più probabile vincitore tra i candidati, Marine LePen, si è detta immediatamente a favore di un referendum sulla permanenza nell’Unione).

Ma tant’è: la sfacciataggine con la quale l’Unione germanocentrica continua a perseguire politiche economiche manifestamente sbagliate può solo far pensare alla malafede, non all’incompetenza.

Stefano di Tommaso