ITALIA: LA LINEA DURA PUÒ PAGARE

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Nel recente rapporto pubblicato qualche giorno fa “Dove va l’economia italiana” Confindustria prevede un rallentamento della crescita economica italiana per l’anno prossimo (+1,1%) e la seconda parte di quello in corso (+1,3%), un‘ occupazione ancor meno in crescita (+1%) e la necessità di agire di conseguenza sui conti pubblici con l’ennesima “manovra” correttiva. Nell’articolo si esamina l’ipotesi che lo scenario possa risultare migliore di quanto previsto.

 

Anche le esportazioni italiane secondo il CSC (Centro Studi Confindustria) potrebbero crescere meno della domanda mondiale nei prossimi due anni, a causa delle guerre commerciali appena iniziate, mentre i consumi interni, senza una dinamica positiva dei salari e dell’occupazione, non potranno che stagnare.

LA DITTATURA DELLO SPREAD

L’analisi del CSC parte dall’assunto che l’eventuale finanziamento in deficit di bilancio degli stimoli all’economia del Paese, che il governo intende lanciare, possa avere effetti netti di fatto recessivi, a causa dei maggiori timori sul debito pubblico che esso scatenerebbe. Un maggior deficit del bilancio dello Stato potrebbe avere infatti come conseguenza l’aggravarsi dello spread con la Germania e il maggior costo del debito pubblico potrebbe essere compensato soltanto da una maggior pressione fiscale.

Dunque secondo il CSC l’Italia non può permettersi di assumere iniziative “rischiose” che avrebbero come conseguenza i timori dei mercati finanziari perché questi genererebbero un’immediato innalzamento del costo del debito pubblico che ne controbilancerebbe gli effetti positivi. Dunque la morale sarebbe quella che nessuna iniziativa che manchi di un forte coordinamento comunitario potrebbe avere speranza di successo nel nostro Paese.

LO SCHIERAMENTO POLITICO DI CONFINDUSTRIA

Confindustria-si sa- è un’organizzazione para-politica e coglie l’occasione della presentazione del rapporto per lanciare una sua proposta di maggior collaborazione con i “partners” europei quale ricetta per uscire dalla crisi in cui l’Italia sta per infilarsi. Nel riferirci ai “partners” dell’Unione riteniamo che il virgolettato sia d’obbligo perché occorre notare la singolarità del così frequente uso (da parte della maggioranza dei commentatori ufficiali) di un termine che starebbe ad indicare un sostrato di solidarietà, mentre nei fatti i principali membri dell’Unione Europea risultano oggi essere anche i principali avversari delle politiche economiche che il governo in carica intende attuare.

Laddove -secondo Confindustria- invece di un duro confronto il Governo Italiano riuscisse ad ottenere una maggior collaborazione sulle politiche di progressiva integrazione europea, esso potrebbe chiedere in cambio l’avvio di un importante programma europeo di investimenti infrastrutturali, da finanziare con l’emissione di bond europei.

L’IPOTESI DEGLI INVESTIMENTI INFRASTRUTTURALI E IL PRECEDENTE DEL PIANO JUNKER

Gli investimenti infrastrutturali sono oggettivamente la forma più auspicabile di collaborazione con il resto d’Europa ma occorre anche notare che, a livello comunitario, se ne parla inutilmente da anni e che il Piano Junker che ne è sortito è risultato una vera e propria presa in giro per quei Paesi -come il nostro- che, proprio a causa dei vincoli posti dal nostro debito pubblico, speravano di affrontare gli sforzi per rilanciare la crescita economica in forma congiunta con gli altri membri europei.

Pensare tuttavia che oggi sia cambiato davvero qualcosa a Bruxelles è probabilmente una vera e propria ingenuità. Diverso è invece poter sperare che, con iniziative di grande coraggio, l’Italia possa sostenere una linea negoziale più dura con la Commissione Europea, per raggiungere più o meno gli stessi obiettivi. Ed è quello che il nostro governo sta provando a portare avanti, nonostante il fuoco incrociato dei “media” che lo biasimano.

L’EFFICIENTAMENTO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

In realtà le iniziative al vaglio in questi primi giorni del nuovo governo sembrano andare soprattutto in direzione di una migliore efficienza della spesa pubblica, a partire dall’erosione delle cosiddette “rendite di posizione”, fino ai vitalizi della Casta, passando per una revisione intelligente della spesa sanitaria e dei contributi alle iniziative di investimento. La lista di cose da fare sarebbe lunghissima e qualsiasi italiano è in grado di declinarla. Ma spesso e volentieri la ”salvaguardia dei diritti acquisiti” ha determinato il veto incrociato di corporazioni, parti sociali e gruppi di potere. Un governo poco interconnesso al precedente sistema di potere può sperare di incidere non poco sulla loro rimozione.

LA FABBRICA DEI VOTI PUÒ PERSINO GENERARE EFFICIENZA

Senza dubbio tuttavia i due argomenti che stanno più a cuore a coloro che hanno votato i partiti di governo sono quelli dei sussidi ai disoccupati e della lotta all’immigrazione clandestina. Sul primo ovviamente si scatenano le maggiori perplessità degli osservatori economici esteri, sulla seconda quelle delle varie organizzazioni umanitarie e i governi del resto d’Europa.

Sono i due argomenti più forti dal punto di vista politico, ciò che l’attuale governo può utilizzare per barattarli con il consenso sociale ad una serie di iniziative di efficientamento economico, spiazzando il veto probabile di sindacati e corporazioni tramite un dialogo diretto con i cittadini sui temi che più contano. Dunque un argomento fortemente demagogico può aiutare a farne passare altri più solidi dal punto di vista economico.

IL RISCHIO PIÙ GRANDE: LA FUGA DI CAPITALI

 

Certo il rischio più grande al momento resta quello dell’ennesima fuga dei capitali dal nostro Paese, dal momento che esso si rifletterebbe immediatamente nella riduzione della disponibilità di credito da parte del sistema bancario e, qualche tempo dopo, sulla capacità del Tesoro di rinnovare i titoli pubblici in scadenza. Se viceversa l’industria italiana riuscirà a trovare le risorse finanziarie per mantenersi competitiva e a essere sgravata dai vincoli burocratici che la sovrastano, ecco allora che i capitali potranno tornare ad essere investiti proficuamente anche nel nostro Paese, migliorando l’occupazione e stimolando i consumi. E’ la vera partita che il governo sta giocandosi nei suoi primi 100 giorni di attività. E chi investe guarda ovviamente soprattutto a questo.

Stefano di Tommaso