LA COPERTA CORTA

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Difficile giudicare un’alleanza politica rivoluzionaria come quella tra Lega e 5 Stelle se prima non si fa il punto sulla sua capacità della coalizione di forze nuove di trovare un equilibrio tra esigenze di rinnovamento (che costituiscono il motivo per il quale gli Italiani le hanno votate) e oculata gestione di un debito mostruoso, con tutti i condizionamenti esterni che quest’ultimo comporta, in particolare quelli europei e relativi alla moneta unica.

 

DUE FORZE ESTREMAMENTE ETEROGENEE

Prima di giudicare il tentativo dei due partiti di costituire una coalizione di governo bisogna considerare il fatto che da un lato esso rispetta il voto di quella metà (più o meno esatta) degli italiani che le hanno votate e rispetta anche il dettato dell’attuale legge elettorale, che prevede una democrazia parlamentare proporzionale e quindi per definizione un governo sottomesso al compromesso tra forze tra loro assai eterogenee. E i due schieramenti non potrebbero esserlo di più, perché:

•la provenienza dei voti andati ai 5Stelle è per la massima parte dai partiti di sinistra e dal sud del paese;

•i voti andati alla Lega e ai suoi alleati provengono invece dal nord e dai cosiddetti “ceti produttivi” cioè da quella miriade di lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, professionisti e coloro che più erano stufi delle troppe tasse e dell’infinita burocrazia imposta dalla prima (e anche dalla seconda) Repubblica.

L’IMPORTANZA DELLA COALIZIONE PER FARE LE RIFORME

Dall’altro lato bisogna rammentare che Lega ha stretto in sede elettorale un’alleanza politica con altre due forze politiche, più marcatamente conservatrici. Quell’alleanza oggi rappresenta un indubbio vincolo ma anche la forza nei confronti dei penta-stellati : è senza dubbio quella che ha vinto le elezioni e che in Francia (o in molti altri paesi con voto maggioritario) sarebbe andata al governo. Venerdi quell’alleanza è stata messa in discussione da Berlusconi sebbene sia evidente che non basterà una battutaccia estemporanea a buttarla giù. Ad esempio l’altro partner della triade (Fratelli d’Italia, capeggiato dalla Meloni), sta invece a guardare e non si sbilancia.

Se si tiene conto del gruppo di tre partiti cui Salvini è legato questo governo può contare su una maggioranza schiacciante in Parlamento (poco meno del 70%, dunque idonea anche a far passare importanti riforme istituzionali) e potrebbe teoricamente permettersi di rivoltare l’Italia come un calzino, sempre Europa e Divisa Unica permettendo.

LA CAUTELA DELL’EUROPA

E qui viene il punto: la verità è che l’Unione Europea non è solo preoccupata per le sorti del debito pubblico italiano (qui sotto il grafico dell‘impennata dei tassi impliciti del BTP decennale all’annuncio del nuovo governo) e per la credibilità della nuova leadership.

La coalizione Franco-Germanica che la guida con polso di ferro è anche assai poco felice di vedere l’Italia cambiare davvero e riformarsi, per motivi spesso assai poco confessabili. Chiama Lega e 5 Stelle “populisti” (e un po’ lo sono) e li considerano ipocritamente sognatori, ma lo sanno anche a Bruxelles che sull’altro 50% dei parlamentari votati (o meglio nell’altro 30% se teniamo conto anche dell’alleanza salviniana) essa non può proprio contare. Sia perché gli Italiani -se si andasse oggi a nuove elezioni- non cambierebbero granché l’orientamento espresso, nonché per il fatto che il partito di governo che più ha ossequiato i diktat europei (il PD) oggi è allo sbando, come pure il suo leader, dopo che il referendum sulle riforme costituzionali è stato bocciato.

Il governo che deve ancora insediarsi sarà perciò costretto a muoversi su un percorso irto di ostacoli e puntellato da paletti posti da praticamente chiunque, mentre molte delle riforme necessarie sono notoriamente impopolari e richiedono un orizzonte di programmazione politica lungo e lungimirante senza che le leve siano tutte in mano a chi governa perché la Banca d’Italia non batte più moneta e un terzo abbondante del debito pubblico è in mano straniera. Per parlare più chiaramente in Italia un’uscita dall’Unione Europea sarebbe letteralmente impossibile senza prima aver pianificato anche l’uscita dall’Euro (che la Gran Bretagna non aveva), cosa peraltro ancora più complessa della prima.

 


IL PESO DELL’ITALIA NELL’UNIONE

Tuttavia l’Italia conta non poco negli equilibri e nell’economia dell’Euro-Zona e l’eventuale crisi di credibilità del debito italiano si ripercuoterebbe inevitabilmente anche sui suoi principali vicini di casa. L’italia rappresenta infatti il secondo paese manifatturiero d’Europa, il quarto prodotto interno lordo e il primo debito pubblico dell’Unione. Anche Lega e 5Stelle lo sanno bene e intendono premere su Bruxelles per ottenere concessioni a tutto campo in cambio del rispetto degli accordi comunitari.

IL PROGRAMMA DI GOVERNO

Ecco perché a leggere il programma di governo che i due partiti hanno pubblicato l’altro giorno sembra che i principali destinatari di buona parte delle riforme

auspicate siano proprio quegli euro-burocrati dell’Europa franco-germanica che con le loro direttive comunitarie, spesso scritte su misura per i suoi egémoni, hanno sino ad oggi imposto una sorta di pensiero unico e che, a

dire dei futuri governanti, hanno troppo spesso favorito il mercantilismo e la grande finanza, lasciando senza risposta le istanze sociali e le esigenze di snellezza delle piccole e medie imprese.

L’accordo di governo sembra quasi una dichiarazione di guerra alle direttive comunitarie e ai loro ispiratori, con una strizzatina d’occhio alla Russia di Putin (nei confronti della quale peraltro la Merkel ha fatto ancora di più senza che nessuno in Europa se ne risentisse).

UN ORIZZONTE TEMPORALE AL MASSIMO DI UN ANNO

È possibile perciò che gli investitori staranno alla finestra senza allarmarsi troppo di tutto ciò e senza fuggire dall’Italia come hanno fatto di recente dalla Grecia e dall’Argentina? Non è probabile, visto anche l’accentuarsi dello spread dei rendimenti richiesti dal mercato ai titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi, ma la verità è che l’orizzonte di questo governo è al massimo di un anno (fino alle elezioni europee del 2019). Dopo la nuova conta dei voti si capirà se la coalizione può proseguire.

Ma soprattutto il successo dell’iniziativa dipenderà da quanto intelligentemente verrà gestita la situazione, da quanto le riforme e gli altolà alle direttive comunitarie potranno almeno riuscire a favorire la crescita economica nazionale, da quanto credibile e solida nei fatti apparirà questa coalizione di governo, dal momento che la principale preoccupazione del mercato dei capitali è quella di sapere se il debito pubblico verrà onorato.

LA TEMPISTICA PUÒ RISULTARE FAVOREVOLE

Certo, l’Europa nel suo complesso rischia di subire -con questo nuovo governo italiano- un altro duro colpo, dopo la Brexit e dopo che molti stati comunitari hanno fatto sapere a Bruxelles che con le imposizioni devono andarci più piano. Il Dollaro forte incombe insieme ad un rialzo generalizzato dei tassi di interesse e la Banca Centrale Europea dovrà forse tenerne conto se la tendenza al rafforzamento proseguirà. Ma al momento una svalutazione dell’Euro viene salutata positivamente dagli esportatori e i tassi interni restano molto bassi.

Dunque la tempistica non potrebbe essere più favorevole alle forze nuove per “provarci” a mostrare agli Italiani che qualcosa può cambiare davvero senza per questo risultare necessariamente poco credibili agli occhi del resto del mondo.

L’ITALIA NON PUÒ PERMETTERSI UNA BREXIT, A MENO CHE…

Sicuramente l’America dell’amministrazione Trump fa l’occhiolino a questa possibilità e la Germania della Merkel ha già alzato abbastanza i toni per aver voglia di proseguire indiscriminatamente. La Gran Bretagna un paio d’anni fa ha votato la Brexit perché non sembrava esserci verso di cambiare l’orientamento dell’Unione Europea. Ma se i toni di quest’ultima oggi si ammorbidissero con l’Italia, magari anche il dialogo con il Regno Unito potrebbe divenire più felice.

Tuttavia Roma non è Londra e il debito pubblico della prima non è paragonabile con quello della seconda. Dunque con i vincoli della divisa unica e con i suoi lacci e lacciuoli chi governa dovrà necessariamente riuscire a convivere ma è altrettanto vero che nel caso che l’intero mercato finanziario europeo prenda un’imbarcata simile a quella presa la scorsa settimana dai titoli italiani (tutti, non solo quelli di Stato) a causa del precipitare delle aspettative, questo costringerà l’Unione Europea a prendere una posizione per permettere alla Banca Centrale di intervenire a sostegno dei titoli Italiani.

Ecco che, se lo farà indirettamente l’Unione avrà accettato -sebbene a termine- di convivere con il governo che deve nascere. E se non lo farà allora quest’ultimo troverà un’ulteriore ragione per accusare l’Unione di non essere davvero tale.

Stefano di Tommaso